TESTI

 

 

 

 

 

 

                           FRANCESCO NEWZURICA 14

 

 

                                                                              

 

Stralcio dal romanzo

 

Ho un casino di parole da dire e ho paura di non ricordarle. Tutto è stato di una semplicità eccessiva. Una scoperta facile, mai intravista perché troppo semplice.
Non so come sia cominciata questa lezione, che ha scardinato il groviglio di sentimenti stabilizzati e di luoghi comuni intoccabili, facili e comodi.
Eppure sto percorrendo strade conosciute, conoscendo il rischio di perdere, un poco alla volta, qualche pezzo dell'immaginario che mi sono costruito addosso.

Ho camminato, progettato, parlato, riso, mi sono disperato, ho amato e pianto, ho baciato qualcuno, ho atteso per appuntamenti reali ed improbabili, ho giocato in parrocchia, per interi pomeriggi, fino alle sera e ancora dopo cena, ho guardato le puttane, che il cellulare della polizia portava all'ospedale dermosifilopatico del San Gallicano. Le guardavo negli occhi, per un solo attimo e poi, alla loro fissità, distoglievo lo sguardo, incapace di capire, scambiando la disperazione per protervia.
Ho corso, camminato, preso tram al volo, quelli senza portiera. Ho fumato, bevuto fino al vomito, tra pizze, birre e panini. Ero vivo, ma evitavo di pensare al futuro.
A volte mi chiedevo: *E se facessi un viaggio in avanti, senza bagagli e memorie, come mi ritroverei?*
E non era solo curiosità. Volevo quel viaggio per lasciare un presente insopportabile. Sempre? No! Sarebbe riduttivo.
L'ho vissuto il mio presente, attimo per attimo, ed era unicamente il presente. Non era una conseguente appendice del passato, né la logica premessa del futuro. Era quell'attimo che si ripeteva, scandito da un tempo sempre uguale. Non ne ho mai percepito la dimensione. Evitavo di sondare profondamente questo aspetto: due palmi, non oltre. Non mi soffermavo sull'importanza e sulla realtà del passato, né sulla necessità progettuale del futuro.
Ora vorrei ripercorrere queste mie strade. Dirmi di ogni piccola storia in ogni piccolo, grande posto.
Forse ho smesso di crescere in quegli anni. Ora ho voglia di liberarmi di tutti i laccioli che ho intrecciato con cura da sempre. Voglio riamare tutti i miei anni. Voglio ritrovare quel deposito dove, molto tempo fa, ho lasciato i miei oggetti-parola ed uscirne con tutte le valigie e, bagagli alla mano, raggiungere la piazza più bella dove, come un prestigiatore d'altri tempi, meravigliarmi delle mie cose…..ma tutto ciò mi rimanda alle geometrie impossibiliti  Escher.
Eppure sono certo che questo è il mio percorso. Ho ritrovato gambe per camminare ed occhi per vedere e non sarà facile riappendere le stesse tele con gli stessi disegni, né chiudere gli occhi.
Lo farò perché me lo devo. Cercherò ancora una volta di adeguarmi, a me stesso, in fondo. Quindi mi difendo, quindi sono.
Sto già meglio e, per quanto sprovveduto, il fatto mi conferma che è a me che devo parlare.

Sapeva attaccarsi ai motivi più futili per specularci sopra. Righe e righe, su argomenti pretestuosi, per sciogliere dubbi mai esistiti e riaffermare verità mai negate.
Ondeggiava tra cause ed effetti, pronto ad Officiare-Pontificare-Demonizzare. Infine, confuso, si defilava da ogni responsabilità e decisione, rimandando ad altri il compito di capire e decidere.
Inventava rebus di cui non conosceva la soluzione, lasciando al malcapitato interlocutore l'onere di risolverli. Il tutto approfittando dell'Amicizia-Affetto-Amore, presumibile o meno. Era sufficiente la sensazione di esserne l'oggetto. Era come un bambino che richiede l'amore per l'amore. Che tenta di travolgerlo con l'intolleranza, per poi recuperarlo e scoprirlo più grande, proprio perché recuperato. Un bambino che scopre l’amore-giocattolo, come fosse un meccanismo complicato che stupisce e che si apprezza ogni qualvolta riesce a stupire. Perché l'amore gli appare, a quel bambino, non come la calda e quieta consapevolezza di amare ed essere amati, ma come la burrascosa manifestazione del fatto amoroso, che deve ripetersi in innumerevoli momenti privi di sintesi.
Da ragazzo approfittava di ogni occasione per restare solo in casa
Risposte elusive e pretestuose, quanto oscure motivazioni, gli consentivano di defilarsi da ogni richiesta, soddisfacendo il bisogno di solitudine. Rimasto solo, poi, si lasciava prendere dal terrore, ascoltando i rumori che il silenzio esalta nelle vecchie case.
Ma prima ancora quella solitudine, attesa con piacere, scivolava lentamente verso la malinconia
Era il rifugio dove si nascondeva per non trovarsi. Là poteva perdersi tra i sogni. Senza scopi, completamente svuotato di obblighi, ambizioni e problemi, si lasciava calare in questo bagno d'inedia. Rimossa ogni responsabilità poteva fingere: né chiedere, né dover dare.

Quei rumori sinistri, allora, mi riportavano a me stesso. Attento alle necessità naturali. Pronto ad assolvere ai compiti che nessun altro poteva risolvere.
Questa frattura dell'inedia, quando si smorzava il turbamento, faceva emergere la dolorosa, eppure prevista, angoscia della solitudine

 

 

 

L'attesa degli eventi. Molti vivono questa sospensione della volontà. Hanno strumenti capaci ed inattivi, in attesa di una scintilla vitale. La corrente naviga secondo schemi propri. Loro vivono in uno stagno quieto, a contatto con lo spumeggiante scorrere, lontani dai percorsi necessari. Spesso lembi di quel divenire scuotono l'attesa.
Non partecipano al flusso, ma vedono chiaramente, prefigurano con precisione.
La fuga nello stagno è più facile. Ad ogni fuga si perde qualcosa, fino a che non rimane più nulla, neanche la consapevolezza di non esistere

Finalmente a letto: En, Martini rosso, tv accesa, sigarette, penna e fogli. Mi sono addormentato subito. En, Martini rosso e Vodka alla pesca sono stati i miei compagni per molti mesi. Non mi ubriacavo, mi assentavo.
Oggi cercherò di essere presente e, quindi, eccomi nel reparto psichiatrico dell'Ospedale.
Il mio orologio è fermo. Ho chiamato lo psichiatra in un momento d’estrema confusione. Perché mi ostino a stare male?
Il telefono è tornato ad essere il mio antico nemico: non squilla ed ogni volta che rientro e rientro in continuazione con ogni pretesto, cerco un messaggio sulla segreteria telefonica. Mi avvicino come un subacqueo in apnea che deve riemergere in fretta per respirare. Ma la segreteria non lampeggia e mi ritrovo sempre troppo lontano dalla superficie. Sento i polmoni contrarsi tra sofferenza e paura. Resto immerso, accanto al telefono. Immagino scenari futuri e non vedo che un muro altissimo d'acqua. Sento tutto questo come una realtà indipendente da me, come un diaframma. Quando mi rendo conto che la realtà dipende da me, il disagio si fa ancora più acuto. Ma oggi, in questo posto e con questi pensieri, mi sento ancora più sradicato.

"Perché la psicoterapia, Marco?"
"Non lo so, Francesco. Forse per provare, per dirmi che qualcosa stavo facendo. No, non lo so!"
"Il solito stronzo, in bilico tra il culo e il cesso"
"Intanto mi serviva, e lo sai bene! Mille volte ne abbiamo parlato e non solo per me. Io sto provando a rispondermi e questo scrivere è un tentativo, un tentativo per ricominciare facendo un poco di pulizia e avendo, almeno, alcuni strumenti adatti allo scopo
"In analisi?! So come si comincia e dove si va a finire: l'infanzia, la famiglia, l'adolescenza, il sesso"
"E' quello che sto per fare. Dovrò parlare di Lei. Ricordo ancora le tue parole, Francesco, quando ti accennai al matrimonio:

-Ti sposi?! Ma come hai realizzato questa fetenzia di pensiero?-
-Voglio un figlio-
-Non occorre il matrimonio e poi è una stronzata! -Voglio un figlio!- Lo dici come fosse -voglio il gelato!- Non riesci a badare a te stesso e vuoi mettere su famiglia?-
-I bambini mi piacciono. Forse per sentirmi grande, per invertire le parti. Io ero il più piccolo della mia famiglia, arrivato dopo anni, quasi un figlio unico. Due sorelle e due fratelli di...dai dieci ai venti anni di differenza. Si, mi è mancato il compagno adeguato con il quale crescere, con il quale giocare-
-Un figlio non è un giocattolo, Marco. Tu vuoi un figlio per riempire i tuoi scazzi!-
-Ma si, come tutti. Fare un figlio è un atto altruistico solo come risultato; per il resto è egoismo allo stato puro, geneticamente utile ed accettabile-

Lei è stata un'ottima madre"
"Anche con te"
"Non l'ho mai pensato. Può essere, ma era anche la mia compagna; il sesso tenero ed affettuoso; la condivisione dei problemi"
"Che bel quadretto! Ma lei era la donna giusta per te?"
"L’ho scoperto col tempo. Aveva le qualità necessarie, la dolcezza"
"Non divagare! La risposta la sai e da tempo. Lei aveva le qualità, ma non è questo il problema"
"Il problema sarei io?"
"Vedi tu"
"Ma? Ne ho tanti di problemi; io vengo per ultimo. Devo mettere ordine, sistemare le mie cose, trovare uno scopo, applicarmi"
"Perché non metti ordine ai tuo progetti. Fanne qualcosa che viva, che abbia un corpo coerente!"
"Da dove comincio, Francesco? E perché? Dargli un corpo? Quale e come? E poi cosa ne dovrei fare di questo corpo?"
"Che palle! Il solito traccheggiante: mille idee, nessuna sostanza. Facciamo un lavoro, noi due…. tranquillo, farò da portaborse. Usa le foto archiviate. Usa i tuoi testi, che stanno ammuffendo in un cassetto. Approfitta del tuo intuito musicale"
"L'ho fatto: il primo lavoro è stato il giro di manovella che mette in moto il motore. Lei mi è stata vicina, mi ha aiutato sempre"
"Ti ha lasciato fare"
"Si. Lasciandomi fare, forse... "
"Forse. Questa è la storia dei forse"
"Forse, doveva essere più presente"
"Glielo hai mai permesso?"
"La tenevo abbastanza fuori dai miei problemi"
"Come facevi con tutti. Solo che non hai sposato tutti. Problemi?!?"
"Quelli di ogni giorno"
"Si ma l'unico problema è che non ti sei mai sentito compreso. Perché sei complicato, ma non in senso positivo: sei banalmente complicato. Continuo?"
"Continua"
"Penso che attorno al tuo niente hai costruito una sovrastruttura incomprensibile e fumosa. Non potendo essere hai cercato di sembrare e, a forza di sembrare incomprensibile, sei diventato un rebus anche per te stesso. Vado bene?"
"Stò già meglio. Posso fare a meno dell'analisi: con te potrò divertirmi e non mi costerà"
"Se lo trovi divertente significa che devi fare ancora molta strada. Vai in terapia, che è meglio"

I corridoi del Centro di Psichiatria sono percorsi da uomini e donne che portano addosso i segni del disagio di vivere, i segni della fuga dal mondo. Ho paura, pena, disperazione per loro e per me. Nello studio c'è una paziente che strepita, con la voce rotta dal pianto. Ce l'ha con qualcuno: attribuisce ad altri il proprio stare male. Lo psichiatra risponde con la solita calma.
Un ricoverato, con indosso una tuta grigia, attraversa più volte il corridoio. E' grassoccio, piuttosto piccolo di statura e si muove a piccoli passi. Mi parla, ma impasta le parole. Capisco che ha fatto una flebo da poco. E' giovane: sui 35/40 anni, forse meno.

"Lei deve entrare? Sono ansioso; ho una forte ansia. Adesso entro io. Ma chi c'è dentro?" chiede origliando alla porta. "Però se ha fretta io aspetto" prosegue.
Rispondo a monosillabi, mentre scrivo e appunto le mie contrazioni di stomaco e testa: "Va bene, non c'è problema, entra pure". Più volte, nei ripetuti attraversamenti del corridoio, mi pone la stessa domanda con le stesse intenzioni. Chiudo l'agenda quando mi si siede accanto.
"Non riesco a dormire; vado a letto alle nove ed alle quattro comincio a girare per la stanza"
Fuma una sigaretta dopo l'altra e mi sollecita a controllare che il pacchetto non gli sia caduto nel water: lo rassicuro, mentre mi viene voglia di fumare: mi trattengo. "Forse è meglio se vai a dormire un po’ più tardi"
"Ma è uguale" risponde ed non capisco se è uguale il numero di ore di sonno o è uguale l'ora del risveglio. L'espressione del viso è appena inebetita, eppure là sotto c'è una persona, lo sento.
"Ho l'ansia e poi la depressione. Devo parlare con il medico. Ma posso attendere se lei ha fretta"
"Ma si, puoi entrare. Sono senza appuntamento". Guardo il mio orologio: è sempre fermo. "Che ora è?" chiedo.
"Sono le undici. Se è tardi può entrare. Ho fatto una flebo e adesso mi sento ansioso. Lei è un rappresentante?"
Dei disperati penso, rispondendo con un "No" appena udibile. Sento in lui la presenza di logica, sentimenti e ragione. "Devo vedere il medico. Sei ricoverato nel reparto?" proseguo.
"Si. Sono ricoverato. Sto male da dieci anni"
"E come è cominciato?" chiedo, mentre un brivido mi ghiaccia la schiena.
"A causa dell'insonnia... ed anche per altri motivi che non riesco a comprendere"
"E' un bravo medico. Vedrai che ti tirerà fuori da questa situazione. In fondo, tutti, siamo un poco malati”
"Davvero?" chiede con stupita speranza. "Lei dice che ce la farò?"
"Ma certo, stai tranquillo". Gli do del tu, perché? Più volte, in quell'ora d’attesa, mi ripeterà la stessa domanda ed io gli darò la stessa risposta, sentendomi morire dentro.
La porta si apre. Il medico sosta sulla soglia. Devo entrare, anche sapendo che non riuscirò a parlare, né tantomeno a piangere. Darò una immagine di disagio controllato, mentre non controllo un cazzo. Così è o quasi. Entro.
Lo psichiatra mi chiede. Non so come cominciare. Parlo di Lei. Della morte. Del dolore.
Mi prescrive una terapia leggera, per l'ansia e la depressione.

Ce l'ho con tutti, come sempre e come sempre mi sento incompreso. La gente sembra vivere di quotidiane banalità, di retoriche dichiarazioni, di finti coinvolgimenti. Io cerco di essere diverso ma in fondo, la mia, è solo l'invidia per un quotidiano vissuto con leggerezza.
La banalità del quotidiano richiede una intelligenza superiore, una capacità di adattamento e di sopravvivenza completamente umana, naturale
Il resto è segatura, inquietudine tanto al chilo, indolente esasperazione
Misurare l'esterno prescindendo da se stessi
Una società di macellai -falegnami, idraulici e quant'altro- contribuisce alla evoluzione più di migliaia di pensieri profondi
Ripiegati su se stessi, incancreniti dal dubbio, i pensieri si scontrano con il sangue e perdono, sempre, anemici portatori di nulla

"Perché sono così incazzato con tutti e amareggiato fino a cogliere negli altri limiti, indecenze, ipocrisie, menzogna? Io, che convivo con tutto ciò. Perché Francesco?"
"Devi smetterla con queste menate! Lo sai perché sei così incazzato? Vuoi saperlo veramente? Sei una vittima, compiaciuta dei tuoi limiti. E' una vita che ti ripeti sulla tua incapacità di analizzare, comprendere ed accettare. Forse sei stato deriso per questo o forse immaginavi la derisione, che in fondo ferisce nella stessa misura, anche perché è più feroce venendo da noi stessi. Hai la sindrome di Dio, vuoi essere l'Essere Perfetto e così, anziché valorizzare quello che c'è di buono in te, hai elevato a totem quelli che ritieni i tuoi punti deboli: utile ed astuto"
"Doloroso no, vero?! Hai dimenticato la mia, la nostra adolescenza? Hai dimenticato i pianti senza motivo e gli isolamenti ripetuti e incompresi? Sono stato furbo? Bene! Grazie Francesco, questo è proprio quanto mi aspettavo da te!"
"Eccoci nell'inferno del vittimismo. Anche con Lei eri incazzato?"
"Con tutti"
"Busta numero due: Anche con Lei eri sempre incazzato? Hai 30 secondi e non fare il professorino"
"Ero incazzato, ma non sapevo il perché. Si, anche con lei! Insoddisfatto direi"
"Di lei?"
"Non ce ne era il motivo"
"Equivale ad un *SI*: hai vinto un palloncino. E perché? Busta n.3"
"Era un freno a progetti..."
"Che non avevi"
"Perfetto, Francesco! Ora hai vinto tu"
"Questa non è la mia partita, stronzetto! Io posso giocarci, anche con il piccone dell'ironia, tu no. Tu hai messo in moto il meccanismo. Speravi che anche questo ti compiacesse con risposte gratificanti? Gli avevi questi progetti del cazzo?"
"Nooooo! Ma lei non era un freno; e come poteva esserlo? Era sempre disponibile"
"La mamma buona?!"
"Che palle!!! ”
"Un giorno mi spiegherai perché, ogni volta che entra in gioco la figura materna, il tuo malumore aumenta"
"Lascia stare!"
"Lascio stare. Stavamo col freno a mano in mano: prosegui la corsa"
"Insomma...mi chiudevo nel mutismo, colpevolizzavo tutto e tutti, soprattutto chi mi era vicino, chi era disponibile"
"Disponibile a farsi colpevolizzare!"
"No, non credo. Direi disponibile a lasciar correre, a non approfondire"
"E così i tuoi mutismi crescevano"
"Prendevo la strada più facile: non dovevo guardarmi dentro, le cause erano esterne. Poi rinsavivo, magari dopo una settimana e mi scusavo"
"Lei è troppo buono"
"Tutto diventava più bello. Il passato aveva un senso, il presente andava vissuto e il futuro pensato"
"Quante volte, figliolo?"
"Adesso non prendere le parole una ad una. Una volta alla settimana o una al mese, che differenza fa?"
"Tanto per sapere. Comunque fa differenza e comunque doveva prenderti a scodellate"
"Ecco! Adesso ricordo un particolare, a proposito di piatti. Una volta mi disse che si era sfogata con il medico"
"Non ti seguo"
"Si, si, parlammo dei nostri problemi"
"Scommetto che parlavate sempre dei tuoi"
"Stronzo!!! "
"Ma ho vinto la scommessa"
"Hai vinto. Posso proseguire? Lei si era sfogata col medico, forse era depressa a causa mia"
"Come -forse-?!? Te lo ha detto lei che era depressa dai tuoi comportamenti"
"Ma tu che ne sai?"
"Ne so abbastanza e, comunque, è nella logica del ragionamento"
"Vabbé! Lei disse...mi disse che aveva parlato con il medico, della voglia di gettare tutti i piatti per terra. Della rabbia per l'impossibilità di comunicare e per la distanza che si creava tra noi. Il medico le aveva detto di gettarli.… i piatti"
"Tu hai preso subito i dovuti provvedimenti?"
"Come? Si, ne abbiamo parlato. Come sai, ho sempre riconosciuto i miei limiti"
"Io intendevo dire se avevi parlato col medico"
"Col medico? Il nostro medico? E perché?"
"Per via dei piatti: tirchio come sei, l'idea di un nuovo servizio da tavola ti avrà terrorizzato?!"
"Ciao Francesco, con te è inutile. Vado dalla terapista"
"Salutamela, coglione”.

 

 

 

 

 

FRANCESCO NEWZURICA 14

 

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