TESTI

 

 

 

 

 

 

                                 I MISTERI DI EMME

 

 

 

 

 

Stralcio

 

Avevo deciso la partenza con incosciente velocità, senza pensarci né valutare i perché, le difficoltà, le aspettative.

Imbracavo il materiale sul battello, con metodica passione e sottile indifferenza.

L’uomo dell’ormeggio tracciava la rotta, dando risposte a domande non poste. “E’ sicuro signor Emme di voler effettuare questa traversata in solitario?”      

“Si” risposi immediatamente per troncare il discorso. Non volevo addentrarmi in ragionamenti possibilistici e razionali, su questioni precise che mi avrebbero solo frastornato.

Finimmo i preparativi a sera inoltrata. Staccai l’assegno convenuto e glielo consegnai. “Ci sono queste ultime firme” disse l’uomo dell’ormeggio porgendomi una carta. Mi apprestai a firmare mentre l’uomo seguitava a parlare “Vedrà che la ELIS, questo splendido battello, le darà molte soddisfazioni”

“Ne sono convinto” risposi, prefigurando, come in un lampo, come una visione, difficoltà e sciami di futuro.

L’uomo si fermò sulla banchina. Si voltò e mi fissò per un attimo. Poi, con uno sbuffo di capelli bianchi, si allontanò dal porto.

Ero solo. Avevo conquistato la mia piccola isola galleggiante, con la quale conquistare altre isole ed altri mari.

Spossato dalla giornata di duro lavoro, mi gettai sulla cuccetta e mi ritrovai a pensarmi. Il panico mi scosse quando compresi le mie azioni. Ma non era tempo di panico, né potevo tornare indietro.

Erano le cinque quando mi svegliai. Spensi la suoneria e mi preparai un caffè.

Rimasi per un attimo a guardare il porto, chiedendomi dove mi avrebbe condotto questo nuovo viaggio. Gettai la sigaretta in mare e cominciai a staccare gli ormeggi; quindi tirai l’ancora e mi apprestai ad alzare le vele. Non avevo grande pratica. Seguivo gli appunti di un corso velico che avevo recentemente frequentato. Pensai a quanto facevo e mi venne un sorriso amaro: “Mi ritrovo come sempre ad affrontare novità e rischi, anziché percorrere strade già battute”. Non mi risposi, come al solito.

 

Il battello cominciò a muoversi. Manovrai il timone guidandolo fuori dal porto.

Il mare era piatto, di una bellezza che rasserenava. Navigai verso est, sino alle 12.00. Poi avvolsi le vele e gettai l’ancora. La piccola stiva era attrezzata con un letto, un cucinino e pochi scaffali. Un piccolo tavolo tondo padroneggiava l’ambiente. In alto, verso prua, c’era l’impianto radio per le comunicazioni. Cucinai velocemente del seitan con cipolle che gustai con del pane tostato. La scorta d’acqua era sufficiente per i giorni previsti. Riempii abbondantemente un bicchiere, con immediato refrigerio.

L’intenzione era di navigare verso est, sino al limite della costa. Poi mi sarei diretto verso il mare aperto, senza meta, cercando approdi non previsti. Il tempo era buono e così il mare. Erano le 17.30, l’ora giusta per pescare. Gettai della pastura attorno alla barca e lanciai i filaccioni a più esche. Me ne stavo con il filo in mano, scuotendolo ogni tanto, meccanicamente. I pensieri scorrevano veloci, di storia in storia, di memoria in memoria. Perché questo nuovo viaggio? Un viaggio diverso solo nel modo, un viaggio che rimandava ad altri percorsi; ad altre storie vissute e terminate; ad altri progetti inconclusi; a sogni dove i risvegli erano sempre amari.

Il filo si strinse sulla mano, vibrando. Lo raccolsi a bordo velocemente. Ora il pesce si dibatteva sul pianticcio della barca. Circa un chilo, pensai. Ora dovrò pulirlo. Anche questo non lo avevo mai fatto. Lo feci e lo cucinai per cena, accompagnandolo con una lattina di birra.

Era ormai buio quando scesi in cuccetta.

 

*Stavo proiettando un mio film. La mia autobiografia. La sala era affollata di spettatori e di autorità. Lo schermo di proiezione, di circa sei metri per quattro, era luminoso e pieno. La storia iniziava dalla mia adolescenza. Proseguiva con gli studi, gli amici, la famiglia per svilupparsi, poi, in una serie di flash-back. Conoscevo a memoria la storia del film. Avevo passato settimane in sala di montaggio. Ad un tratto il proiettore s’inceppò. Mi prese l’angoscia e lo sconforto. Mi gettai sulla pellicola cercando di toglierla dall’ingranaggio, senza sgranarla. Il sudore mi scendeva sugli occhi, da sotto il cappello. Finalmente, dopo numerosi tentativi, riparai il guasto. Riavviai il proiettore e spensi le luci di sala. C’era qualcosa di strano nello scorrere delle immagini e nel sonoro. Io, l’interprete dell’autobiografia, ero molto vecchio e ciò era impossibile: non esisteva quella ripresa. L’io vecchio cominciò a parlare al pubblico -Questa è una storia che si perde negli anni, vecchia quanto la mia vecchiezza. Quello che avete visto non è tutta la verità. Le storie si possono ingentilire, acquistando spessori diversi. Questo film è il travisamento edulcorato della sua storia- disse, indicandomi -Viviamo immersi in un fluido continuo di eventi, con significati forti e pregnanti. Non che il film sia falso; solo che prende alcuni momenti di storia e tenta di farne la Storia. Invece la sua storia, la storia di quel signore là in alto, è fatta d’infiniti accadimenti, d’inutili caparbietà, di ondeggiamenti senza posa, di mete mai viste e a volte raggiunte per puro caso. Non c’è stata attenzione, non c’è stata tensione, non c’è stata vitalità finalizzata….vero signor Emme?- Fu allora che il proiettore, con l’esplosione della lampada, sparò scintille dappertutto. Il fuoco cominciò a propagarsi per la piccola stanza piena di manifesti. Attaccò le pareti. S’impadronì delle tende, sino allo stesso proiettore. Io guardavo immobile e assente. Dallo spioncino vedevo la sala. Il pubblico rideva sguaiatamente verso di me. Le fiamme occuparono tutta la stanza, senza sfiorarmi, senza l’ombra di un calore. Il mio lavoro era perduto; la mia storia autobiografica persa nel fuoco. La mia memoria, ancora una volta, azzerata. Infine la stanza cominciò ad ondeggiare, sprofondando verso la platea. Rimasi immobile, ancora, come un capitano coraggioso che affonda col proprio naviglio; rimasi immobile, indifferente al mio sprofondare*

 

Aprii gli occhi in un bagno di sudore. L’odore acre di fumo mi prese alle narici. Scattai dal letto, velocemente e, preso l’estintore, mi avviai di sopra. La vela di prua era completamente bruciata, assieme all’albero. Indirizzai l’estintore sul pianticcio fumante e sul cordame in fiamme. Avevo perduto metà della superficie velica e non sapevo assolutamente come rimediare. Forse una corda si era sciolta e con il vento aveva rovesciato la lanterna.

“Stronzo! Stronzo!”  ripetei furioso. Spento l’incendio ispezionai il battello. La ELIS mi fece pensare ad un animale ferito, umiliato nelle sue potenzialità negate, ma ancora fedele e pronta ad accompagnarmi.

Passai la mattinata a ripulire e riparare il riparabile. Infine alzai il velame residuo e mi avviai verso la fine della costa.

Il mare si era increspato e si era alzato un vento teso. La ELIS filava sopra le onde, ancora precisa. Avevo superato l’ultima costa e davanti mi appariva l’oceano. Studiai la carta nautica. Proseguendo nella rotta verso est avrei dovuto avvistare un gruppo d’isolotti, poco più che scogli disabitati e lontani dalla navigazione commerciale. Ricominciai a pescare e pensare. Quante volte avevo manifestato una volontà precisa? Avevo timore a rispondermi. La vita mi aveva riservato esperienze e sorprese, nella giusta dose, come accade a chiunque. Esperienze e sorprese che avevo vissuto senza appartenervi, senza riconoscere i valori profondi che comportavano. Così era stato per gli studi, fatti senza una visione del futuro. Così era stato per la famiglia, una scintilla di volontà, un immettersi su una pista prevedibile e consueta. Avevo amato l’arte ma solo per immaginarmi artista. Avevo sognato di essere uno scrittore, senza la fatica della scrittura. Nel lavoro avevo dedicato il massimo impegno, non per raggiungere lo scopo, uno scopo, ma per sentirmi occupato, inserito ed utile. Ma questo valeva proprio nel momento operativo, nell’incombenza del progetto da definire e da portare a termine. Dopo, finito l’impegno pressante, lo stesso lavoro perdeva connotazioni costruttive, tornava senza scopo.

Pensai a lungo, ruotando continuamente il mulinello. A volte mi vedevo pensarmi e un sorriso mi accennava il volto. Era un gioco, mi dicevo; un gioco dove non si conquistava nulla, tantomeno la verità. Un gioco dove la conoscenza era un risultato secondario. Era solo il gioco di un gioco: proprio la mia vita.

Pesci non ne presi e così mi accontentai dei fagioli in scatola conditi con cipolle, olio e aromi seccati.

  Il mare stava crescendo d’intensità. Fissai con cura le corde e la vela. Mi sedetti al timone cercando di rimanere sveglio.

 

 *Mi trovavo in una comunità. Tutto trascorreva con ordine; poche regole precise e pochi divieti. La comunità era un’isola piena di vita al suo interno, mentre all’esterno c’era il nulla. L’esterno non esisteva. Noi eravamo tutto il mondo e potevamo inventarcelo e gestirlo a nostro piacimento, purché tutto funzionasse, purché tutto fosse indirizzato verso lo scopo di esistere come tali. Il tutore, che chiamavamo Mastro, non era il capo ma il primo tra i consiglieri anziani. Le leggi non erano scritte e lui dirimeva le poche controversie con suggerimenti. Ogni sua parola teneva sempre presente la comune volontà primaria di mantenere la nostra comunità intatta. Intatta e con l’unico scopo di renderci pienamente soddisfatti, se non felici.

L’isola, la nostra isola, si trovava in una zona ricca di vulcani in attività. Fu forse il destino che sconfisse quel nostro grande progetto. I vulcani attorno cominciarono un’attività pirotecnica. Il mare ribolliva, schiumante violenza. La terra cominciò a tremare in un pomeriggio d’estate. Tutti fuggirono dalle proprie dimore, ma non c’era spazio di fuga, se non sino ai bordi dell’isola. Io ero rimasto nella mia capanna, solitario superstite. Ero tranquillo. La terra mi scuoteva i piedi e le esplosioni mi riempivano le orecchie. Raccoglievo i pezzi di capanna cercando di rimetterli al loro posto. Con un taccuino disegnavo i contorni dell’ambiente, le suppellettili. Prendevo appunti anche su come migliorare l’arredo, su come renderlo più funzionale ed accogliente. -Dovrò predisporre uno spazio per quando troverò la mia compagna- dissi a voce alta.

I vulcani esplosero infine e con loro la nostra isola. Solo la mia capanna era rimasta, galleggiante nell’inquiete acque fumanti. Io continuavo il mio lavoro di risistemazione, estraneo a tutto. Ogni tanto mi affacciavo all’esterno. Guardavo senza capire, come se quell’esterno non mi appartenesse. Come se quell’esterno fosse faccenda di altri, non mia. Infine la capanna si sfasciò, affondando. Io non affondai. Levitavo sull’acqua, cercando ancora le mie cose da sistemare*

 

Mi sveglia di soprassalto, aggrappato al timone. Il mare era in burrasca ed il vento trascinava ogni cosa. La ELIS si era incagliata tra gli scogli di un isolotto. Guardai nella stiva: la chiglia era sfondata ed imbarcava acqua. Gettai un canotto fuori bordo e cominciai a raccogliere tutte le provviste e quanto di utile potesse servirmi. Saltai sul canotto, quindi tirai le sacche a bordo e remai verso la terraferma. La ELIS cominciò a piegarsi sul fianco e lentamente sparì tra le onde. Arrivai sulla riva stremato e fradicio. Cercai un riparo tra gli alberi. Dopo alcune ricerche scoprii una sorta di anfratto, quasi una grotta tra le rocce, lontano dalla riva, più in alto.

Sistemai le mie cose nel rifugio e ricapitolai la situazione. Avevo abbastanza provviste, anche perché molte casse erano arrivate sulla spiaggia. Recuperai anche il materiale da pesca ed il lanciarazzi. Il satellitare non funzionava. Avevo un’autonomia di alcune settimane, poi….

All’improvviso il senso di solitudine si appropriò di me, sino al panico, alla disperazione. Avevo voluto la solitudine. L’avevo vissuta a lungo fingendo di amarla. L’avevo perseguita sempre e sempre, e una volta raggiunta, mi aveva gettato nella disperazione.

Quest’ultimo viaggio con la ELIS era solo l’ultima fuga. Ora si trattava di un sentimento diverso, devastante. Sentivo che non avrei mai più recuperato un equilibrio in quel bilanciarsi tra solitudine, vissuta sapendo che c’è un esterno accessibile, e solitudine che si avvolge in se stessa, penetrando in profondità, sino alle intime pulsioni.

Non accettavo quella situazione né avevo alternative. Non riuscivo a rassegnarmi alle perdite, ma mi rimaneva l’indispensabile per rassegnarmi: scorte e vita.

“Sono un naufrago” mi dissi, scoprendo che quest’ultimo approdo era l’inevitabile conseguenza di infiniti naufragi, succedutisi nei lunghi anni della mia vita. Infiniti naufragi ai quali mi ero sottratto con menzogne e finzioni. Ora, in un lampo di lucidità, scoprivo amaramente che quello era stato il mio percorso e che questa era la meta.


 

 

 

 

FRANCESCO NEWZURICA 14

 

I MISTERI DI EMME

 

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