
TESTI
L'AGENZIA
11 frammenti
di ErnestoBalocchi
STRALCIO
Alberto Pancrazi 1
Alle sei in punto, puntuale come sempre, entrò in bagno. Accese la radio e aprì l'acqua calda, contemporaneamente. Curò che il volume non fosse troppo alto mentre con l'altra mano prendeva il sapone da barba. L'acqua era tiepida, il notiziario tranquillo, l'umore giusto. Si guardò attentamente alla ricerca di un accenno di rughe. Il viso era liscio, anche troppo.
Le sveglie cominciarono a suonare, quasi all'unisono. Alberto preparava sempre due sveglie, tre per le occasioni più importanti. Le suonerie lo trovarono in piedi, come sempre. Era un buon segno, si ripeteva ogni volta, la certezza di una buona giornata.
L'agenzia d'investigazioni dove lavorava, la S.S.S. –Sicurezza-Serietà- Segretezza- sapeva di poter rimettere l'ora vedendolo entrare.
Nei primi mesi di lavoro aveva mantenuto l'abitudine studentesca di spegnere la suoneria e rimanere a letto per qualche minuto. Durò così sino al giorno dell'imprevedibile ritardo. Aveva cenato fuori e bevuto troppo. Poi al cinema e infine l'ultimo bicchierino davanti al televisore. Fu un errore del quale pensava ancora con angoscia. L'insonnia, accompagnata dall'emicrania, lo tenne sveglio sino all'alba. Si addormentò alle quattro e trenta, aveva controllato, per svegliarsi alle sei al suono della sveglia e riaddormentarsi poco dopo, sino a metà mattinata. Non accadde mai più. Ora anticipava puntualmente le sveglie.
Alle sei e quarantacinque era pronto per uscire. Rimaneva un'ultima incombenza. Sistemare casa per ritrovare tutto in ordine al ritorno. Cominciò dalla stanza da letto, con la solita sistemicità. Rimosse prima i cuscini poggiandoli ordinatamente sulla seggiola. Poi tolse le coperte e quindi le lenzuola. Sbatté velocemente il tutto e, altrettanto velocemente, ricompose il letto. Passò alla cucina, sistemando il salotto. Posacenere, riviste e rinfrescata alla poltrona. In cucina pulì il lavello, infilando nella lavastoviglie i pochi oggetti lasciati sul lavandino. In effetti, questa era l'ultima occupazione della serata ma, a volte, con gustosa trasgressione e consapevole libertà, lasciava il compito per la mattina successiva. Infilò l'impermeabile ed usci di casa con in mano la cesta dei panni lavati, biancheria intima che appese ad asciugare. Erano le sette ed era in perfetto orario.
La S.S.S. si trovava nella periferia della città. Alberto Pancrazi abitava in periferia ma più a sud. La zona era ben servita dai mezzi pubblici. Egli non usava l'auto propria, per principio e, comunque, non per lavoro.
Alle otto entrò nell'ufficio. Si soffermò nell'ingresso, il tanto per attendere i rintocchi della vecchia pendola appesa accanto al portabiti. Ascoltò con soddisfazione tutti e otto i rintocchi, quindi entrò in sala riunioni. Era il primo. Con calma estrasse le cartelle degli incarichi, ne controllò velocemente il contenuto e le allineò con geometrica precisione sul tavolo. Si sedette, le mani incrociate e la testa eretta, in attesa dei colleghi. Ogni tanto sbirciava le proprie cartelle, ritoccandone l'allineamento.
Attilio Rossi 1
Attilio Rossi, il titolare, li squadrò rapidamente. Prima l’uomo con la sciarpa rossa, Marco Cotini e infine Alberto Pancrazi. Si tolse il soprabito, imprecando sottovoce contro il maledetto traffico. Quindi aprì l'agenda. Sfogliò rapidamente i carteggi, buttando rapide occhiate verso i colleghi -La pratica Altamura passa a te - disse, spingendola verso Cotini, l’uomo con la sciarpa rossa.
-No, senza commenti! proseguì Rossi -E ricordate che non tollererò altri ritardi. Giuseppe Altamura ha versato l’anticipo da giorni. Occorrono risultati. E tu cerca di non bruciarti. E fammi il piacere di togliterti quella sciarpa durante i pedinamenti.
Marco Cotini raccolse il carteggio ed uscì silenzioso. Alberto, durante il dialogo, aveva proseguito con i suoi aggiustamenti: giochini meticolosi, come li definiva Attilio Rossi, durante i quali Pancrazi riusciva a concentrarsi sui problemi. Il titolare guardò verso l'uscio -Marco Cotini, a parte la sciarpa rossa, ha la naturale capacità di passare inosservato; è anonimo -E' vero- intervenne Pancrazi, lapidario. Il titolare lo guardò, come aspettando altro e come al solito seppe che quello era tutto.
Alberto Pancrazi gli porse le cartelle, una per volta, lasciandogli il tempo di sfogliarle e leggerne il resoconto. Il tutto fu rapido perché Pancrazi, oltre al resoconto, preparava anche un sommario riepilogativo, stringato ed efficace.
-Bene- commentò Rossi alzando il citofono. La segretaria arrivò, pronta e silenziosa -Prepari le fatture e avvisi il committente- disse porgendo le pratiche alla donna -Fissi l'appuntamento per mercoledì prossimo, alle 17,45, grazie.
-Siamo alle solite- disse rivolto a Pancrazi -I corrispondenti locali danno poco affidamento. Qualcuno reclama anche per i compensi. Fotocopiano le relazioni cambiando solo i dati anagrafici. Curioso- proseguì indicando la carta geografica appesa alle sue spalle -Come tutto questo si verifichi per aree omogenee. Alcune regioni sono efficaci e produttive, altre no- Alberto annuì -Occorre ricominciare i sopralluoghi e i contatti. E’ compito tuo, naturalmente. Chiudi delle corrispondenze ed aprine altre, se lo ritieni necessario ma soprattutto fai capire che la nostra Agenzia non tollera pressappochismo-
Stava chiedendo a Pancrazi di ricominciare con i contattisti esterni. Non era la prima volta ed in fondo non gli dispiaceva. Uscire era una novità che comportava anche piccoli cambiamenti nella routine. Un fastidio, certo ma ricompensato dai lunghi viaggi. Alberto Pancrazi lavorava all'interno da qualche anno. Soprattutto accertamenti patrimoniali e indagini prematrimoniali. Conosceva tutti i corrispondenti esterni, sia per i continui contatti telefonici ed epistolari che di persona. Il titolare aveva da tempo condiviso quest’incarico con Alberto, riservando per se stesso l'organizzazione del lavoro dell'Agenzia. Una volta l'anno, anche più spesso in caso d'urgenza, uno dei due si metteva in giro per l'Italia a ritessere fili altrimenti allentati dalla lontananza. Negli ultimi tempi tale compito era spettato sempre ad Alberto Pancrazi.
I corrispondenti erano, in genere, messi comunali, vigili, impiegati dell'anagrafe o carabinieri in pensione. Raccoglievano informazioni direttamente alla fonte e li trasmettevano all’Agenzia. Quest’ultima provvedeva a pagarli mensilmente in base agli incarichi svolti.
-Contatta i corrispondenti e prepara un piano di lavoro- disse il titolare
-Pochi rientri in sede e non più di trenta giorni di trasferta a partire da giovedì- Sfogliò alcuni rapporti manifestando il proprio disappunto -Per i nuovi contatti fammi un fax; non forzare la mano, concluderò io-
Pancrazi rimase in ufficio fino a tardi. Passò la mattinata e metà pomeriggio al telefono; poi sistemò i sospesi lasciando appunti adesivi sui frontespizi di ogni cartella. Alle 20,00 fece alcune telefonate per contattare gli ultimi corrispondenti, quindi preparò il piano di lavoro su un'apposita modulistica che lui stesso aveva predisposto. Arrivò a casa alle 22,50. Scaldò l'acqua per due uova alla coque ed aprì una scatola di fagioli bianchi.
Marco Cotini 1
Marco Cotini si adagiò sulla poltrona del suo ufficio. Impilò il nuovo faldone, la pratica Altamura. Con la chiave aprì il proprio cassetto privato. Un’agenda corposa, tenuta da una robusta spirale bianca, si centrò sulla scrivania.
Marco Cotini amava scrivere, dalle minuterie quotidiane a ponderose elaborazioni concettuali. Voleva scrivere un romanzo che fosse, però, anche un diario ma con quel tanto di fantastico da renderlo meno stucchevole di una noiosa elencazione di avvenimenti. Scrivere qualcosa che riguardasse in parte la propria vita e, quindi, anche l’Agenzia d’investigazioni.
Cotini da anni annotava scrupolosamente gli avvenimenti. Scriveva dappertutto. Ogni occasione era buona. Quasi maniacale. *Devo appuntarmi ogni cosa. Tutto potrà tornarmi utile. Non voglio dimenticare* Così rispondeva alle curiosità altrui. Questo diario era iniziato cinque anni prima, con la morta della moglie. Ma Cotini aveva sempre scritto, sin da ragazzo. *Alle elementari tutti i bambini volevano fare il pilota d’aereo, il pompiere o il capotreno. Io volevo diventare uno scrittore* Spesso ripeteva questa frase che per lui era una verità incontrovertibile, o meglio, una predestinazione. A volte la viveva come un fardello. Un suo amico, poeta, un giorno gli aveva detto: -Per scrivere ci vuole emozione, sofferenza, immaginazione ed ironia. Tu hai immaginazione ed ironia, ora approfitta della morte di tua moglie per caricare l’emozione e la sofferenza. Vedrai che pagine!- Cotini era una persona abbastanza mite ma quella volta scaricò il bicchiere sulla faccia del poeta, ora ex amico. La stessa notte riflettè a lungo a quelle spregevoli parole e le trovò sempre meno spregevoli. I fatti, le loro storie, una volta avvenuti divengono irreversibili. Riuscire ad accertarli era l’unica alternativa. Un investimento.
L’agenda, sul tavolo, sembrava crescere. Cotini chiudeva gli occhi ed ogni volta che tornava a guardare la vedeva allargarsi sulla scrivania. Più lui si ritraeva più quella dilagava. Con un sospiro l’aprì. Il segnalibro, un biglietto d’ingresso al Quai d’Horses, ricordo di viaggio con la moglie, divideva la pagina scritta da quella bianca.
-Ed ora? si chiese. Si trovava sulla difficile strada della trasformazione di appunti e notazioni. Doveva dare corpo alle minutaglie, renderle omogenee, coerenti. Raccontare. Inventare, soprattutto. Quando l’immaginazione lo trascinava in giochi vorticosi, spesso pericolosi, sentiva dentro di sé una potenza descrittiva inarrestabile. Cotini volava. Le storie e le invenzioni gli scorrevano dal petto alla testa e spesso si riprometteva di registrarle. Spesso, diciamo pure mai, lo faceva.
Il suo progetto era semplice e complicato. Rendere il diario quotidiano in forma di romanzo. Come a volte accade agli scrittori che trattano personaggi ed eventi reali, Cotini aveva mantenuto i veri nomi delle persone e dei luoghi, salvo poi cambiare e mescolare il tutto in fase di editing. Era un espediente che facilitava la scrittura. In pratica stava ambientando la scrittura attorno alla Agenzia d’investigazioni S.S.S. I personaggi erano le persone reali dell’agenzia, compreso egli stesso. In più aveva inventato un collega investigatore, Ernesto Balocchi.
Lesse l’ultimo paragrafo. Prese la penna. Lo rilesse. Cominciò a scrivere.
Ernesto Balocchi -1-
L’uomo in grigio aveva un nome: Ernesto Balocchi. Lavorava in agenzia da 10 anni. Era stato il primo collaboratore di Attilio Rossi, il titolare. Spesso Balocchi ritornava a pensare a quei tempi, con nostalgia; era il vice allora. Lui e Rossi decidevano insieme su ogni pratica, quasi due soci. Ma socio non lo era diventato. Il lavoro non mancava e la SSS era cresciuta in quegli anni. Prima era arrivato Marco Cotini poi, dopo cinque anni, Alberto Pancrazi: metodico, concreto e prevedibile. Ora era lui, Pancrazi, il vice del titolare. Mai un caffè insieme; mai un commento extralavoro da condividere.
*Sarò in sede dalla 17.00 alle 19.00* disse Ernesto Balocchi. Marco Cotini si voltò, sciolse il nodo della sciarpa rossa lasciandola scorrere lungo le braccia e attese.
*La pratica Altamura è in archivio…se intanto vuoi darle un’occhiata* proseguì Balocchi e concluse *Ne parleremo nel pomeriggio*
Marco Cotini sapeva di essere l’ultimo ingranaggio dell’agenzia. Aveva pensato, nei primi anni, di poter scalzare Balocchi, anche per il buon rapporto che aveva instaurato con il titolare. Poi tutto era andato a puttane, sia per l’arrivo di Pancrazi che per il lutto.
*Ci sarò* rispose Cotini riannodando la sciarpa *Tu preoccupati di farmi trovare tutto in ordine*
Cotini ripensò alle parole che Rossi aveva rivolto a Balocchi: praticamente una bocciatura *L'hai seguita per una settimana* poi, dopo una breve pausa, continuò. *Finirai per bruciarti e senza risultati*. Ernesto Balocchi lo aveva guardato nervosamente.
*Eppure sento che siamo alla svolta. Non credo che la signora Altamura potrà continuare a fare acquisti a quel ritmo. Entra ed esce dai negozi senza pausa, carica di pacchi. Ha incontrato soltanto una donna, la signora Alatri. Un incontro casuale* Aprì la cartella con relazione e foto *E' possibile..si è possibile che mi abbia individuato…ma non direi*
Rossi intervenne, senza guardarlo *Appunto. Questo incarico passa a Cotini* disse indicando l'uomo con la sciarpa rossa *Non si è ancora esposto*
Cotini si sentiva stanco e senza idee ma non poteva smettere di scrivere perché sapeva, per esperienza, che si sarebbe ritrovato a dover pensare. Non poteva. Allucinazioni reiterate, sempre senza risposte. L’argomento Agenzia lo aveva stancato e provava l’angoscia tipica dello scrittore che, pur riconoscendosi nel proprio scritto, sa che ogni frase che aggiungerà, ora, sarà priva di emozione. doveva dare ad Ernesto Balocchi, un passato. Un vissuto al di fuori dell’Agenzia. Un Balocchi giovane ed anche diverso.
Ernesto Balocchi -2-
Ernesto Balocchi era quello che si potrebbe definire un bell’uomo. Un quarantenne ben messo. Fisicamente asciutto, brillante ed ironico. Aveva vinto un concorso alle Poste, a 22 anni. Primo impiego in Sardegna, un paesino di mille anime e ventimila tra pecore e capre, al centro del Sarcidano. Ricordava ancora, quasi una fotografia, l’arrivo in corriera in un tardo pomeriggio di maggio. Case fatiscenti. Strada polverosa e senza asfalto. Poche galline che beccavano agli angoli. Nessuna presenza umana. Un vento fastidioso e coriandoli di plastica che svolazzavano sulla via. Scese dalla corriera con un groppo alla gola. *Signor Balocchi?* Si voltò verso la voce. Un uomo sui cinquanta uscì da un cortile. L’uomo si presentò *Efisio Usai. Sono il direttore reggente dell’Ufficio postale*
*Buon giorno…anzi buona sera* rispose Balocchi, con lo sguardo smarrito, stringendo la mano.
*Venga, prendiamo un caffè* Efisio Usai raccolse una delle valigie che sostavano accanto alla corriera e lo condusse nel cortile, attraverso tavolini e seggiole di plastica. Usai gli spiego’ compiaciuto che quello era il bar più grande ed importante del paese, come verificò in seguito. C’era anche il posto telefonico pubblico ed era a fianco dell’Ufficio postale e di fronte alla Cassa di Risparmio. Balocchi pensò che una situazione come quella, in una grande città, sarebbe stata una miniera d’oro.
*Da dove viene signor Balocchi* chiese Efisio Usai. *Da Roma…*
*Oh Dio….povero figliolo* fece Usai con espressione dispiaciuta. *Da Roma a Villanovatulo? Gesù-Gesù!*
Ernesto Balocchi rimase muto. Un groppo gli saliva dal petto. Si guardò attorno e sentì il groppo salire alla gola, espandendosi. Già. Era a Villanovatulo. Provincia di Nuoro. Monti del Sarcidano. Seicento metri di altitudine. Un fiume, il Flumendosa e una grossa diga a pochi chilometri. Villanovatulo, 70 km da Cagliari e 120 da Nuoro. Perché in provincia di Nuoro? Lo capì in seguito: il cagliaritano si allargava sulle zone costiere turistiche e lui si trovava in una zona depressa.
