TESTI

LA QUINTA STAGIONE
La vita di un uomo è il contrappunto dei temi età, famiglia, lavoro, arte.
Soprattutto quest’ultima consente di aggiungere nuove melodie, sempre ripartendo dai giochi bambini. Ce lo racconta, appassionato, S. Obraszov, ripercorrendo le tappe del suo ”Mestiere di Burattinaio”.
Marcello Devenuti, quasi un topografo dell’anima, traccia i propri di percorsi.
Ludus, con la prima traccia Davanti all’uomo, è la stagione inaugurale dove l’autore si appresta a “ricomporre i frammenti sul pentagramma” di questo suo lavoro sempre nuovo.
Si comincia con le poesie scritte con il lapis “Segnate sor Fili’ che dopo passo”, per il teatrino di via dei Fienaroli, dove l’uomo col pianino gira le ruote del gioco ruzzicàno della piazzetta trasteverina.
Sensus si affaccia da dietro un prezioso ventaglio che nasconde l’amore e una attrice inseparabile dal suo personaggio, preludendo ad Incontri migliori.
Societas, un viaggio tra la folla solitaria le cui storie, Milioni di messaggi, partono con il treno delle Carrozze pendolari e con il pullman che dalle semplici architetture native porta la gente alla Nuova città.
Pietas, il tempo grigio, “il freddo inverno del nostro scontento”.
Ma “nel piccolo orto colmo di noia”, inevitabile per tutti, si attende La Quinta Stagione.
E’ la ricerca di kronos, sulle ali della memoria.
Si torna a giocare e ad inventare un mondo che è il primo ed ultimo insieme. E l’uomo “perduto” davanti a Lo specchio, “solo con i suoi pensieri” sul Ponte Garibaldi, si rivela come Il Fotografo, l’apprendista stregone che stravolge i segni comuni e dà vita a nuove creature. La macchina gli prende la mano e scatta da sola, dice, ma sono soprattutto i Ritorni, le speranze e i ricordi raccolti, i doni ritrovati e riadattati: “ad uno ad uno li raccolse tutti....entrò nell’Otto e cominciò a volare”.
Aveva aperto anche Lo scrigno dei sentimenti, con dentro le perle “lucidate con lo straccio delle illusioni”. Come Trilussa all’omonimo bar di “Sogni: produzione nostra”.
E’ nella Sardegna del lavoro straniato, accanto al lare domestico esistenziale romanesco, compare il Duca, nero americano, che nel suo nuovo idioma musicale gli offre come altra “ricetta maggica” le note della sua Solitude.
Le poesie nascono canzoni, ma ora sono e arrivano ad essere partitura per voce recitante, sinfonia delle immagini e dei colori di una vita, che continuamente si rinnova.
Sembra quasi che l’autore cambi pelle, suscitando in tutti noi il desiderio di una stagione in più.
Ma come si fa a raggiungerlo, se la sua opzione ultima è volare?
Infaticabile tecnico di laboratorio, “scienziato folle2, si è costruita questa originalissima macchina del tempo, con una sua personale “Odissea nello spazio”, con le trame da fantascienza dove si proiettano le biglie missili, rosse come gli occhi di fuoco del piccolo dèmone verde, testimone dell’intero percorso di poesia. Camminando sui passi della voce “doppia” dell’attore-linea, altro io dell’autore, non è difficile seguirlo; tante sono le identificazioni possibili in questa bellissima performance.
L’audiovisivo è arte combinatoria, è lavoro di ricerca, che ci allontana dal luogo comune fotografico; è un parlar diverso, con allegorie, personificazioni ed altri oggetti non meglio identificati, che si offrono alla attenzione del lettore-spettatore con un esito artistico distante anni luce dalla “volgarità” di un qualsiasi videoclip.
Se la bellezza è invenzione, “occorre la capacità di vedere oltre il consueto, anche correndo il rischio di vedere ciò che non esiste”. Dice Devenuti.
Le immagine sono belle e insolite: sono esaltate dall’artificio della dissolvenza e della combinazione musical, che accompagna, un testo ricco di tante suggestioni, disponibili per tutti, senza spiegazioni.
Giocondo Rongoni


LA QUINTA STAGIONE
k r o n o s
Fummo il tempo senza prima né poi
fummo il buio senza lati né storia
fummo luce spazio silenzio
e le stagioni e l'intervallo presente
visibile asfissiante sconcertato consapevole
il presente
petulante ordinatore di memoria e aspettative
Il resto non era
e lo chiamammo nulla.
Solo allora fu possibile
parlare a se stessi
trovando
e perdendo ogni certezza.
l u d u s
Non era ancora il tempo
dei germogli primaverili
ma nei giochi cresceva
inconsapevole amore
s e n s u s
Poi venne primavera
esplosero sensi e certezze e
-dimenticati i giochi-
proseguimmo deambulando annoiati
s o c i e t a s
per fermarci spossati
tra le banali rigogliosità dell'estate
Scoprimmo per caso che altri
-come noi-
erano e giocavano e amavano
Ci ponemmo i loro problemi
e loro i nostri
p i e t a s
Ma furono microscontri
confluenti in superiori misure
sicché negammo
confusi nel personale grigiore
ogni umana esperienza
per accostare -timorosi-
il pensiero alla trascendente speranza
5° s t a g i o n e
Il freddo ci colse
nell'inverno del nostro scontento
quando giungemmo intorpiditi
alla meta speculare
Ripercorremmo i momenti
-affermando-negando-riaffermando-
per cogliere infine il dubbio
e allora -consapevoli-
ci avviammo per tornare
Fu dopo l'ultimo ostacolo
-oltre l'inverno-
che ognuno ricompose
e suggellò gli incastri
Seppe che il tempo dei giochi
poteva confondersi con quello dell'amore
seppe che convivere è facile
quando si è giocato e si gioca
quando si è amato e si ama
Seppe che il tempo della preghiera
non concede giochi
ma contrasta i sensi
e convive per dominare.
Scoprì infine di aver troppo scavato
per non temere anche se stesso


l u d u s
Non era ancora il tempo
dei germogli primaverili
ma nei giochi cresceva
inconsapevole amore

Davanti all’uomo
Finì allora il mio viaggio
Lungo e breve
So di essere stato prima di non essere
Ma non ricordo motivi e dubbi
Un fuoco di sensi mi parlò del passato
quando raccolsi frammenti di quello che sono
per ricomporli sul nuovo pentagramma
Forse conobbi il mio destino
Forse mi affidarono un compito
Non lo so e non ricordo
So che aprii gli occhi
Respirando incosciente la vita
Filastrocca
La bella addormentata
Fu presa da sbadigli,
le palpebre calarono,
la bocca si allargò.
“Baciami” disse il rospo
(un nobile guerriero)
“Baciami adesso,
subito,
che io rinascerò”.
Lei allora lo raccolse, al viso lo accostò,
ma tra sbadigli languidi
finì che l’ingoiò.
Via dei Fienaroli
Vecchi amati palazzi
Su strette vie affiancati
Quasi a scrutarsi
E quante rughe e cicatrici
E vita e pianti e canti
Giù i canestrelli
-dentro pane e uova-
Il fornaio guardava
“Segnate sor Fili’ che dopo passo”
La piazzetta di sotto
“E daie co’ ‘sta nizza, forza Lello”
“Ma no, giocamo a palla”
“Tu stai ‘n porta ar cancello d’opedale”
Città nella città
Una grande famiglia che ti abbraccia e raccoglie
Il portone davanti ha la guardiola
(là ce so li signori, giù er cappello)
“Se pisci ancora a letto, n’antra vorta
Metto li panni fora la finestra”
E mio padre rideva
“Manco a mostralli a questi qua davanti”
Gli inquilini gli stessi per anni
Una vita intera
La miseria non paga,
frena e inchioda
“Mais non! Mais non, ce n’est pas possible”
SENSUS
Poi venne primavera
Esplosero sensi e certezze e
-dimenticati i giochi-
Proseguimmo deambulando annoiati


Dell’amore
Avvolgimi con trame sottili
affinché possa allacciare la tua tela
Bendami gli occhi col fiore dei sogni
affinché possa ignorare la mia ombra
sul tuo letto di rose e di spine
Artefice e vittima
questa è la mia parte
Conosco la dolcezza del tuo canto
Ma ho chiuso le orecchie
E mi annodo con scrupolo
Ai legni di prua
Viaggiammo un poco insieme
Tu eri bella
Conoscevi ala strada
Tu vedevi l’arrivo
Io solo la partenza
Viaggiammo un poco insieme,
con la luce alle spalle
Poi fece buio
Dissi qualcosa -poco-
Ma era buio davvero
E tornai indietro solo
Tu l’ape ed io
Era una porta chiusa da tempo
bloccata da rancori e
paure
Uno
spiraglio -un giorno –
poi un sottile cigolio
e la luce ricalcò
forme consuete e
sconosciute
Non fu
una spallata
ma un tenace lavoro di grimaldello
un bouquet d'insinuanti
passe-partout
Io mi
lasciavo penetrare consapevole
a volte restio
a volte giocosamente
partecipe
Di
notte spiavo dietro l'ombra della porta
Ascoltavo i rumori delle
mie emozioni
Fu un
feroce corpo a corpo per mesi
Tu
l'ape, ed io il fiore
e quando tu sfumavi io
avvampavo
-Fu la
stagione dell'amore-
Tu
l'ape, ed io l'arnia
e nella tregua mi annoiavo
-Fu la
stagione del dovere-
Tu
l'ape, ed io il fuco
e non capivo più le
sequenze naturali
-Fu la
stagione della morte-
Rincorsi il prevedibile
sulle corsie del passato
Lo
rincorsi nei tunnel di memoria
ed ero là quando ronzando
volasti via
Incontri migliori
Le mani unite, senza messaggi,
sgranellano il tempo
sulla panca del solito viale
Soli
Intorno l’autunno galleggia
e frena gli impulsi consueti
Foglie gialle in lontananza
scricchiolano sotto i passi
di qualcuno che lascia la sua panca
Silenzio e solitudine immutata
I dopo, i chissà, i perché
crescono sull’angoscia che cresce
Quella mano contratta
aspetta una risposta,
ma lo sguardo è lontano, distratto,
segnato da noia e imbarazzo
“Vedrai sarà facile…
non dire sciocchezze,
avrai dalla vita
incontri migliori”
L’attrice
Hai riempito la scena per un solo spettatore,
e che successo!
L'hai vinto, avvinto e cinto d'assedio,
rompendo argini e mediocri difese
Senza armi
Perché tu non hai armi che possano catturare
Eppure hai riempito la scena di te e di lui,
e lui ti ha vista , confondendo i tuoi accenti e i tuoi vezzi
Travisando perfino le tue inutili sciocchezze,
rapito dal tuo egoismo fragile e stucchevole
Hai riempito la scena -e questo è un successo-
Ma tu dove sei?
Vedo solo un personaggio rincorrere l'occhio di bue,
col volto segnato da smorfie e occhiatacce
Eppure ricordo ancora la dolcezza, disperata e vitale,
di un cucciolo affamato
Forse non erano gesti di attrice,
ma segnali ammiccanti per spettatori curiosi
o -ancora- gli ultimi fuochi di una festa finita
Ma poi perché sapere?
Perché spogliare l'attrice dal personaggio?
Sono io quell'unico spettatore curioso,
personaggio -anch'io- di un teatro dai contorni confusi
Ebbene -se necessario- brucerò la poltrona
e l'intera platea (forse),
ma solo quando tu -finalmente-
accenderai falò coi costumi di scena
SOCIETAS
Per fermarci spossati
Tra le banali rigogliosità dell’estate
Scoprimmo per caso che altri
-come noi-
erano e giocavano e amavano
Ci ponemmo i loro problemi
e loro i nostri

Milioni di messaggi
L’aria era immobile
Nel silenzio agitato
correvano gli sguardi
mentre dita nervose
giocavano, terminali
di altrui certezze
Arrivò la conferma
Per un attimo gli occhi
s’incrociarono sorpresi
e l’esercizio a tradurre
gli ordini in gesti
scrollò ogni dubbio
Poi dita d’uomo
schiacciarono altri uomini
Qualcosa brillò negli occhi
Gli sguardi si trovarono
consapevoli, mentre
i segnali viaggiavano
sulla pelle, meccanicamente,
attraverso percorsi sconosciuti
Le dita si cercarono
e i corpi esplosero
Arrivarono le certezze
con milioni di messaggi
Tutti con la stessa valenza
Tutti sospesi sull’oggi
Arrivarono milioni di certezze
senza trovare più tempo né spazio
Carrozze pendolari
(per armonica)
Parte il treno travel pendolari
tutti i giorni stessa ora sei
stessi gesti e facce uguali - proprio come ieri
Parte il treno per chi parte-a volte
parte il resto per chi parte-come parti tu
Prima sosta edicola un giornale
poi nel bar che guardi sui binari
se c'è tempo quattro frasi e ribevi un caffè
Trova posto e sfoglia fino al calcio
gioca a carte e parla del governo *ma che ladro è*
Parte il treno parte la tua storia
rivoli di noia e di memoria
tracce di un passato –quando- c'eri ancora tu
e se c'è chi turba il tuo teorema
scegliti con calma una carrozza piena
Là c'è sempre quello che rimorchia
col pizzetto lui lei i ferri in mano
anni ormai che la tallona-è un esperto in crochet
Chi si porta borse in vera pelle
e chi buste con panini vino mela e caffè
Poi ritorna per la stessa strada
c'è chi dorme e a volte quasi cade
c'è chi guarda fisso e parla solamente tra sé
c'è chi ha smesso di pensare ad altro
la sua casa è il treno il resto è l'intervallo che c'è

PIETAS
Ma furono microscontri
confluenti in superiori misure
sicché negammo
confusi nel personale grigiore
ogni umana esperienza
per accostare –timorosi-
Il pensiero alla trascendente speranza
Il figlio dell’uomo
Nacqui
La gente mi fu attorno
Li vidi sorridere in composta adorazione
I loro doni mi fecero importante
e fui l’unico in quella dimora
Crebbi
Li stupii con i miei modi
Si compiacquero di vedermi ascoltato
La loro devozione mi faceva importante
e fui l’unico in quel villaggio
Divenni uomo
Cercai di parlare -ma volevano fatti-
Mi scontrai con le leggi
Il loro odio e amore mi rendevano importante
e fui l’unico su quelle rive
Morii
Ucciso dal destino
Fu bastonata la mia presunzione
e tra le piaghe videro la verità cercata
Lacrime e lodi mi resero importante
e fui l’unico in questa terra
Madre
Ti guarda con occhi commossi
abbracciando passato e presente
pregando la tua impazienza
di scortare un futuro precario
Una mano un sorriso una parola
un qualsiasi gesto
basteranno per scacciare l’angoscia
Fai questo gesto
di quella parola!
La morte è naturale
il dolore di vivere no
LA QUINTA STAGIONE
Il freddo ci colse
nell'inverno del nostro scontento
quando giungemmo intorpiditi
alla meta speculare
Ripercorremmo i momenti
-affermando-negando-riaffermando-
per cogliere infine il dubbio
e allora -consapevoli-
ci avviammo per tornare
Le ali della memoria
Le ali della memoria tornano ancora,
lievi e timorose,
a rammentare veglie e protezioni
Il tempo si è rincorso
fino allo stupore dei primi anni
fino alla consapevolezza
di non essere più solo
poi alla sfrontata audacia del gesto superfluo
Tutto sul filo di un dialogo
teso dapprima
e via via fugace, quasi annoiato
Dopo, il silenzio,
quel silenzio che incarta vecchi giochi
tra fogli di polvere
e dimentica foto e oggetti smessi
in scatole metalliche
E tu là
sui riflessi bianchi di un coperchio di latta,
profumata cornice per un volto
che torna a giocare e inventare

Fiore di malva
(per musica)
Hai il sapore del nero
l'impazienza del primo appuntamento
la confusione cavillosa ed eloquente
di un ciarlatano
Sei un cannibale che mangia
la propria carne e assurdamente
continui a crescere in maniera
sproporzionata
Ogni mia parola - ti contiene
ogni mio gesto - ti manifesta
Eppure sei solo un'ombra
che vuole farmi credere
che il sole è tramontato
ed io ci credo
Potrei privarmi di te solo
ignorandoti ma
ti mantengo viva alitandoti l'ossigeno
con le mie stesse labbra
Sei una compagna - fedele e cocciuta-
fiore di malva - ti ho coltivata.
Sembrare
All’improvviso chiedersi “Che dire?”
Senza più contenuti
Senza neanche il conforto
Delle solite tragiche parole
Ancora sembrare
Ma sembrare cosa?
Gli umori fuori tempo
Non riflettono più
Quell’immagine geniale di spigoli
In cui rifugiarsi compiaciuti
Se non siamo qualcosa di preciso
Rappresentiamoci almeno indefiniti
Mistero e vaghezza ci faranno da velo
ENIGMATICITA’
L’enigmaticità dell’idiota
-e con molto ottimismo-
Parole
Quante parole ancora
Quanti esempi e pause
Ho confuso parole e sentimenti
con poche righe scritte a voce alta
“Sarò chiaro” mi dico
ma sottintendo invece di chiarire
e mi sfugge la chiave naturale
per lo scambio dei segni comuni


Il mio fiore
I germogli senza profumo della quinta stagione
hanno invaso il mio campo
Fiori neri della notte gramigna
Gramigna all’infinito
In questo piccolo orto colmo di dimenticanze
Il bello e il brutto hanno lo stesso profilo
Lo stesso sorriso sull’uguale tristezza
I fiori hanno aperto i loro petali
ma la mia falce è spuntata
ed il filo corroso
Ho giocato sognando
e disegnato ombre
certo che la realtà fosse comunque
Ora le mie ciglia sono così umide
che vedo solo un velo tremante
Al di là la realtà
priva di entusiasmo
Colpevole di non vedere più chiaro
non posso che amare questo giardino
e aspetto senza coraggio
che sbocci il mio fiore


Kafkiana
Ero un piccolo ragno quando spuntò il giorno
Mi guardai allo specchio senza risa né disperazione
Tutto accadde nel tempo
giorni – anni – forse un minuto
(col cuore che batteva)
tra stupore e a volte tra sconcerto
Fasciato dalla plastica del tempo
tagliavo fili stesi nella notte
Tagliavo e crescevano
-appendici di sgomento e miseria-
finché la tela fu composta
Aggiustai la cravatta sul mio collo di piccolo ragno
Cercai un rifugio e infine trovai il posto
-l’angolo migliore- nei pressi di uno specchio deformato
Un attimo fa
Ogni attimo che passa è qualcosa di meno
Un frammento smarrito
di misure e variabili incerte
un pretesto per oziose discussioni
tra saggi imbonitori e cuori puri
Un attimo fa è un atomo nato
un attimo fa
L’interno silenzio
Ci raccontammo a lungo, per giorni interi
le stesse cose
a volte con le stesse parole
parlandoci addosso, a reciproca quiete,
sull’amore il lavoro il futuro
Sparlammo e molto
su quel futuro sconosciuto
Poi venne a noia e sembrò un gioco
quel dire, ma il non dire era sconforto
e fu ipocrita, timoroso pudore,
non saldare fratture né provarci
Dopo trovammo, seguendo proprie strade
ognuno l’interno silenzio
Silenzi
Io donna che sciolgo i tuoi lacci
Io che ho imparato a darmi, nel silenzio degli anni,
quando regnavi libero grazie alle mie catene
Io donna - sono -
Ti vivo accanto e sono,
ma non mi ascolti ancora, né mi vedi
Rincorri un ruolo, con paura e affanno,
e a volte sei per più di un po’ soltanto
Io uomo - perduto tra sistemi complicati
Sospeso senza fili e senza reti
A volte - se rimetto i piedi a terra,
scivolo sopra ostacoli reali e tu mi curi,
come fosse un gioco
Se poi non parlo sai che questo è un modo
per dirti un po’ di più dicendo meno,
ed anche allora sai aspettare e parli
col tuo silenzio al mio che resta muto
Quando
Quando amavi riamata i cani e i gatti
e rispondevi al verso degli uccelli
Quando correvi tra le pannocchie dai capelli bruni
e coglievi i fiori d’aria per soffiarli
Quando il sole era più di una stella
e le stelle non erano soli
Allora rubasti ai sogni un pensiero
e venne il tempo d’osservare meglio
L’acqua bagnava i balconi
ridisegnando la realtà sul tuo piccolo naso
schiacciato alla finestra
L’impronta della mano sul cristallo
scivolava lenta
E tanto fuori e quanto ancora dentro ti restava…
Ghirlande di fiori
cingevano il capo a fanciulli già adulti
Li vedesti correre incontro al destino
smarriti nella sera
mescolati agli adulti fanciulli

Ritorni
Viaggiò a ritroso
lungo la memoria
tra luoghi noti e volti sconosciuti
scoprendo differenze
sempre uguali
Attese con gli affanni di sempre
che la memoria dipanasse i nodi
ma fantasmi mutilati dal tempo
riemergevano rissosi e bugiardi
Imprecò alla voglia di ritorni
e ritornò per dove era tornato



Ponte Garibaldi
Al fiume – solo con i miei pensieri –
guardo il gioco delle acque – di sera
Gioco lieve che pochi turbamenti
porta a riva, mentre grande
Il frastuono dei pensieri riempie la mente
di vortici dove cado e precipito a lungo
Ogni volta la risalita è dura per le scale del ponte
ma scuote l’affanno l’acre odore di orina
e di morte che stagna prepotente
Lo scrigno
Ieri ho aperto lo scrigno dei miei sentimenti
Una grande splendida perla
mi avvertiva della mia ricchezza
Alla prima opacità – dopo tanti timori –
l’ho mostrata al mio intenditore
“E’ artificiale” mi ha detto
ma io la lucido
con lo straccio delle illusioni
Esami
Io….io un esame?
Io ancora provare e provarmi
Dimostrare
Dare di me una dimensione
e con quella lasciare che altri
-Io no, non potrei –
colgano l’insieme e
facciano sintesi
della mutevole apparenza
Io….un esame?
Io ancora a portarmi a fatica
su stampelle di carta
e mostrarmi coi migliori colori
dipinti sul viso
e dietro, affatto celato,
lo stesso disagio di sempre
Io….io un esame?
Il fotografo
Scattava, gli occhi al mirino
Ad ogni scatto cercava il riscontro,
ma qualcosa mancava
Segnali. Minimi segni
di una stonatura che in fondo
sciupava l’insieme
Eppure i colori legavano
L’esposizione era buona
satura quanto basta
Le linee giuste
con diagonali attive
Spostò il soggetto
nella sezione aurea
ma qualcosa mancava, ancora
Lasciò la fotocamera montata
e prese un manuale d’istruzioni
Curiosa bizzarria: quella scattava
riprendeva da sola e col motore
Ricaricava scatto dopo scatto
Poi sulla gelatina ci fu vita
gente vera con pensieri propri
persone vive, senza mediazioni

Lo specchio
(per musica)
Parlai allo specchio e gli chiesi chi sono
rispose ridendo chi sei - sei un bambino
ma non domandarmi qual'è il tuo futuro
sorrise e mi disse non sono sicuro
Partii con la lancia l'elmetto e lo scudo
giocai combattendo battaglie incantate
donai al re di coppe e alla donna di cuori
cappelli a cilindro dai cento colori
Parlai allo specchio e gli chiesi chi sono
rispose a sbadigli chi sei - tu sei un uomo
se vuoi posso dirti qual'è il tuo presente
per scrupolo -disse- ma forse è imprudente
Spaccai le pietre di vecchie illusioni
conobbi le strade che portano indietro
cercai le passioni nel gioco e nel vino
smussai tutti gli angoli tagliai le appendici
Parlai allo specchio ma lui non parlava
mi chiesi nel buio chi sei sono un vecchio
se vuoi io mi posso inventare un passato
ma è tempo che vada io sono arrivato
Raccolsi i miei oggetti tra trame istoriate
alcuni né persi d'impianto melo'
ricordi nessuno - rimpianti ma è tardi
lo specchio era spento la strada finiva







