TESTI

 

 

 

 

 

 

 

 

                                              LA QUINTA STAGIONE

 

 

 

 

 

 

 

La vita di un uomo è il contrappunto dei temi età, famiglia, lavoro, arte.

Soprattutto quest’ultima consente di aggiungere nuove melodie, sempre ripartendo dai giochi bambini. Ce lo racconta, appassionato, S. Obraszov, ripercorrendo le tappe del suo ”Mestiere di Burattinaio”.

Marcello Devenuti, quasi un topografo dell’anima, traccia i propri di percorsi.

Ludus, con la prima traccia Davanti all’uomo, è la stagione inaugurale dove l’autore si appresta a “ricomporre i frammenti sul pentagramma” di questo suo lavoro sempre nuovo.

Si comincia con le poesie scritte con il lapis “Segnate sor Fili’ che dopo passo”, per il teatrino di via dei Fienaroli, dove l’uomo col pianino gira le ruote del gioco ruzzicàno della piazzetta trasteverina.

Sensus si affaccia da dietro un prezioso ventaglio che nasconde l’amore e una attrice inseparabile dal suo personaggio, preludendo ad Incontri migliori.

Societas, un viaggio tra la folla solitaria le cui storie, Milioni di messaggi, partono con il treno delle Carrozze pendolari e con il pullman che dalle semplici architetture native porta la gente alla Nuova città.

Pietas, il tempo grigio, “il freddo inverno del nostro scontento”.

Ma “nel piccolo orto colmo di noia”, inevitabile per tutti, si attende La Quinta Stagione.

E’ la ricerca di kronos, sulle ali della memoria.

Si torna a giocare e ad inventare un mondo che è il primo ed ultimo insieme. E l’uomo “perduto” davanti a Lo specchio, “solo con i suoi pensieri” sul Ponte Garibaldi, si rivela come Il Fotografo, l’apprendista stregone che stravolge i segni comuni e dà vita a nuove creature. La macchina gli prende la mano e scatta da sola, dice, ma sono soprattutto i Ritorni, le speranze e i ricordi raccolti, i doni ritrovati e riadattati: “ad uno ad uno li raccolse tutti....entrò nell’Otto e cominciò a volare”.

Aveva aperto anche Lo scrigno dei sentimenti, con dentro le perle “lucidate con lo straccio delle illusioni”. Come Trilussa all’omonimo bar di “Sogni: produzione nostra”.

E’ nella Sardegna del lavoro straniato, accanto al lare domestico esistenziale romanesco, compare il Duca, nero americano, che nel suo nuovo idioma musicale gli offre come altra “ricetta maggica” le note della sua Solitude.

Le poesie nascono canzoni, ma ora sono e arrivano ad essere partitura per voce recitante, sinfonia delle immagini e dei colori di una vita, che continuamente si rinnova.

Sembra quasi che l’autore cambi pelle, suscitando in tutti noi il desiderio di una stagione in più.

Ma come si fa a raggiungerlo, se la sua opzione ultima è volare?

Infaticabile tecnico di laboratorio, “scienziato folle2, si è costruita questa originalissima macchina del tempo, con una sua personale “Odissea nello spazio”, con le trame da fantascienza dove si proiettano le biglie missili, rosse come gli occhi di fuoco del piccolo dèmone verde, testimone dell’intero percorso di poesia. Camminando sui passi della voce “doppia” dell’attore-linea, altro io dell’autore, non è difficile seguirlo; tante sono le identificazioni possibili in questa bellissima performance.

L’audiovisivo è arte combinatoria, è lavoro di ricerca, che ci allontana dal luogo comune fotografico; è un parlar diverso, con allegorie, personificazioni ed altri oggetti non meglio identificati, che si offrono alla attenzione del lettore-spettatore con un esito artistico distante anni luce dalla “volgarità” di un qualsiasi videoclip.

Se la bellezza è invenzione, “occorre la capacità di vedere oltre il consueto, anche correndo il rischio di vedere ciò che non esiste”. Dice Devenuti.

Le immagine sono belle e insolite: sono esaltate dall’artificio della dissolvenza e della combinazione musical, che accompagna, un testo ricco di tante suggestioni, disponibili per tutti, senza spiegazioni.

 

Giocondo Rongoni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA QUINTA STAGIONE

 

k r o n o s

 

Fummo il tempo senza prima né poi

fummo il buio senza lati né storia

fummo luce spazio silenzio

e le stagioni e l'intervallo presente

visibile asfissiante sconcertato consapevole

il presente

petulante ordinatore di memoria e aspettative

Il resto non era

e lo chiamammo nulla.

Solo allora fu possibile

parlare a se stessi

trovando

e perdendo ogni certezza.

 

 

 

l u d u s

 

Non era ancora il tempo

dei germogli primaverili

ma nei giochi cresceva

inconsapevole amore

 

 

s e n s u s

 

Poi venne primavera

esplosero sensi e certezze e

-dimenticati i giochi-

proseguimmo deambulando annoiati

 

 

s o c i e t a s

 

per fermarci spossati

tra le banali rigogliosità dell'estate

Scoprimmo per caso che altri

-come noi-

erano e giocavano e amavano

Ci ponemmo i loro problemi

e loro i nostri

 

 

p i e t a s

 

Ma furono microscontri

confluenti in superiori misure

sicché negammo

confusi nel personale grigiore

ogni umana esperienza

per accostare -timorosi-

il pensiero alla trascendente speranza

              

                                                                         

5°  s t a g i o n e

 

Il freddo ci colse

nell'inverno del nostro scontento

quando giungemmo intorpiditi

alla meta speculare

Ripercorremmo i momenti

-affermando-negando-riaffermando-

per cogliere infine il dubbio

e allora -consapevoli-

ci avviammo per tornare

 

Fu dopo l'ultimo ostacolo

-oltre l'inverno-

che ognuno ricompose

e suggellò gli incastri

 

Seppe che il tempo dei giochi

poteva confondersi con quello dell'amore

seppe che convivere è facile

quando si è giocato e si gioca

quando si è amato e si ama

Seppe che il tempo della preghiera

non concede giochi

ma contrasta i sensi

e convive per dominare.

 

Scoprì infine di aver troppo scavato

per non temere anche se stesso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

l u d u s

 

Non era ancora il tempo

dei germogli primaverili

ma nei giochi cresceva

inconsapevole amore

 

 

 

 

 

 

 

Davanti all’uomo

 

Finì allora il mio viaggio

Lungo e breve

So di essere stato prima di non essere

Ma non ricordo motivi e dubbi

Un fuoco di sensi mi parlò del passato

quando raccolsi frammenti di quello che sono

per ricomporli sul nuovo pentagramma

Forse conobbi il mio destino

Forse mi affidarono un compito

Non lo so e non ricordo

So che aprii gli occhi

Respirando incosciente la vita

 

 

 

Filastrocca

 

La bella addormentata

Fu presa da sbadigli,

le palpebre calarono,

la bocca si allargò.

Baciami” disse il rospo

(un nobile guerriero)

Baciami adesso,

subito,

che io rinascerò”.

Lei allora lo raccolse, al viso lo accostò,

ma tra sbadigli languidi

finì che l’ingoiò.

 

 

 

Via dei Fienaroli

 

Vecchi amati palazzi

Su strette vie affiancati

Quasi a scrutarsi

E quante rughe e cicatrici

E vita e pianti e canti

Giù i canestrelli

-dentro pane e uova-

Il fornaio guardava

Segnate sor Fili’ che dopo passo

La piazzetta di sotto

“E daie co’ ‘sta nizza, forza Lello”

“Ma no, giocamo a palla”

“Tu stai ‘n porta ar cancello d’opedale”

Città nella città

Una grande famiglia che ti abbraccia e raccoglie

Il portone davanti ha la guardiola

(là ce so li signori, giù er cappello)

Se pisci ancora a letto, n’antra vorta

Metto li panni fora la finestra

E mio padre rideva

Manco a mostralli a questi qua davanti

Gli inquilini gli stessi per anni

Una vita intera

La miseria non paga,

frena e inchioda

Mais non! Mais non, ce n’est pas possible

 

 

 

SENSUS

 

Poi venne primavera

Esplosero sensi e certezze e

-dimenticati i giochi-

Proseguimmo deambulando annoiati

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dell’amore

 

Avvolgimi con trame sottili

affinché possa allacciare la tua tela

Bendami gli occhi col fiore dei sogni

affinché possa ignorare la mia ombra

sul tuo letto di rose e di spine

Artefice e vittima

questa è la mia parte

Conosco la dolcezza del tuo canto

Ma ho chiuso le orecchie

E mi annodo con scrupolo

Ai legni di prua

 

 

Viaggiammo un poco insieme

 

Tu eri bella

Conoscevi ala strada

Tu vedevi l’arrivo

Io solo la partenza

Viaggiammo un poco insieme,

con la luce alle spalle

Poi fece buio

Dissi qualcosa -poco-

Ma era buio davvero

E tornai indietro solo

 

 

 

Tu l’ape ed io

 

Era una porta chiusa da tempo 

bloccata da rancori e paure
Uno spiraglio -un giorno –

poi un sottile cigolio

e la luce ricalcò

forme consuete e sconosciute
Non fu una spallata

ma un tenace lavoro di grimaldello

un bouquet d'insinuanti passe-partout
Io mi lasciavo penetrare consapevole

a volte restio

a volte giocosamente partecipe
Di notte spiavo dietro l'ombra della porta

Ascoltavo i rumori delle mie emozioni
Fu un feroce corpo a corpo per mesi
Tu l'ape, ed io il fiore

e quando tu sfumavi io avvampavo
-Fu la stagione dell'amore-
Tu l'ape, ed io l'arnia

e nella tregua mi annoiavo
-Fu la stagione del dovere-
Tu l'ape, ed io il fuco

e non capivo più le sequenze naturali
-Fu la stagione della morte-
Rincorsi il prevedibile

sulle corsie del passato
Lo rincorsi nei tunnel di memoria

ed ero là quando ronzando

volasti via

 

 

Incontri migliori

 

Le mani unite, senza messaggi,

sgranellano il tempo

sulla panca del solito viale

Soli

Intorno l’autunno galleggia

e frena gli impulsi consueti

Foglie gialle in lontananza

scricchiolano sotto i passi

di qualcuno che lascia la sua panca

Silenzio e solitudine immutata

I dopo, i chissà, i perché

crescono sull’angoscia che cresce

Quella mano contratta

aspetta una risposta,

ma lo sguardo è lontano, distratto,

segnato da noia e imbarazzo

Vedrai sarà facile…

non dire sciocchezze,

avrai dalla vita

incontri migliori”

 

 

 

L’attrice

Hai riempito la scena per un solo spettatore,

e che successo!
L'hai vinto, avvinto e cinto d'assedio,

rompendo argini e mediocri difese

Senza armi
Perché tu non hai armi che possano catturare
Eppure hai riempito la scena di te e di lui,

e lui ti ha vista , confondendo i tuoi accenti e i tuoi vezzi

Travisando perfino le tue inutili sciocchezze,

rapito dal tuo egoismo fragile e stucchevole
Hai riempito la scena -e questo è un successo-

Ma tu dove sei?
Vedo solo un personaggio rincorrere l'occhio di bue,

col volto segnato da smorfie e occhiatacce
Eppure ricordo ancora la dolcezza, disperata e vitale,

di un cucciolo affamato
Forse non erano gesti di attrice,

ma segnali ammiccanti per spettatori curiosi
o -ancora- gli ultimi fuochi di una festa finita
Ma poi perché sapere?

Perché spogliare l'attrice dal personaggio?
Sono io quell'unico spettatore curioso,

personaggio -anch'io- di un teatro dai contorni confusi
Ebbene -se necessario- brucerò la poltrona

e l'intera platea (forse),

ma solo quando tu -finalmente-

accenderai falò coi costumi di scena

 

 

 

SOCIETAS

 

Per fermarci spossati

Tra le banali rigogliosità dell’estate

Scoprimmo per caso che altri

-come noi-

erano e giocavano e amavano

Ci ponemmo i loro problemi

e loro i nostri

 

 

 

 

Milioni di messaggi

 

L’aria era immobile

Nel silenzio agitato

correvano gli sguardi

mentre dita nervose

giocavano, terminali

di altrui certezze

 

Arrivò la conferma

Per un attimo gli occhi

s’incrociarono sorpresi

e l’esercizio a tradurre

gli ordini in gesti

scrollò ogni dubbio

Poi dita d’uomo

schiacciarono altri uomini

 

Qualcosa brillò negli occhi

Gli sguardi si trovarono

consapevoli, mentre

i segnali viaggiavano

sulla pelle, meccanicamente,

attraverso percorsi sconosciuti

Le dita si cercarono

e i corpi esplosero

 

Arrivarono le certezze

con milioni di messaggi

Tutti con la stessa valenza

Tutti sospesi sull’oggi

Arrivarono milioni di certezze

senza trovare più tempo né spazio

 

 

 

Carrozze pendolari

(per armonica)

 

Parte il treno travel pendolari

tutti i giorni stessa ora sei

stessi gesti e facce uguali - proprio come ieri

Parte il treno per chi parte-a volte

parte il resto per chi parte-come parti tu

 

Prima sosta edicola un giornale

poi nel bar che guardi sui binari

se c'è tempo quattro frasi e ribevi un caffè

Trova posto e sfoglia fino al calcio

gioca a carte e parla del governo *ma che ladro è*

 

Parte il treno parte la tua storia

rivoli di noia e di memoria

tracce di un passato –quando- c'eri ancora tu

e se c'è chi turba il tuo teorema

scegliti con calma una carrozza piena

 

Là c'è sempre quello che rimorchia

col pizzetto lui lei i ferri in mano

anni ormai che la tallona-è un esperto in crochet

Chi si porta borse in vera pelle

e chi buste con panini vino mela e caffè

 

Poi ritorna per la stessa strada

c'è chi dorme e a volte quasi cade

c'è chi guarda fisso e parla solamente tra sé

c'è chi ha smesso di pensare ad altro

la sua casa è il treno il resto è l'intervallo che c'è

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PIETAS

 

Ma furono microscontri

confluenti in superiori misure

sicché negammo

confusi nel personale grigiore

ogni umana esperienza

per accostare –timorosi-

Il pensiero alla trascendente speranza

 

 

 

Il figlio dell’uomo

 

Nacqui

La gente mi fu attorno

Li vidi sorridere in composta adorazione

I loro doni mi fecero importante

e fui l’unico in quella dimora

 

Crebbi

Li stupii con i miei modi

Si compiacquero di vedermi ascoltato

La loro devozione  mi faceva importante

e fui l’unico in quel villaggio

 

Divenni uomo

Cercai di parlare -ma volevano fatti-

Mi scontrai con le leggi

Il loro odio e amore mi rendevano importante

e fui l’unico su quelle rive

 

Morii

Ucciso dal destino

Fu bastonata la mia presunzione

e tra le piaghe videro la verità cercata

Lacrime e lodi mi resero importante

e fui l’unico in questa terra

 

 

 

Madre

 

Ti guarda con occhi commossi

 

abbracciando passato e presente

 

pregando la tua impazienza

 

di scortare un futuro precario

 

Una mano un sorriso una parola

 

un qualsiasi gesto

 

basteranno per scacciare l’angoscia

 

Fai questo gesto

 

di quella parola!

 

La morte è naturale

 

il dolore di vivere no

 

 

 

LA QUINTA STAGIONE

 

Il freddo ci colse

nell'inverno del nostro scontento

quando giungemmo intorpiditi

alla meta speculare

Ripercorremmo i momenti

-affermando-negando-riaffermando-

per cogliere infine il dubbio

e allora -consapevoli-

ci avviammo per tornare

 

 

 

Le ali della memoria

 

Le ali della memoria tornano ancora,

lievi e timorose,

a rammentare veglie e protezioni

Il tempo si è rincorso

fino allo stupore dei primi anni

fino alla consapevolezza

di non essere più solo

poi alla sfrontata audacia del gesto superfluo

Tutto sul filo di un dialogo

teso dapprima

e via via fugace, quasi annoiato

Dopo, il silenzio,

quel silenzio che incarta vecchi giochi

tra fogli di polvere

e dimentica foto e oggetti smessi

in scatole metalliche

E tu là

sui riflessi bianchi di un coperchio di latta,

profumata cornice per un volto

che torna a giocare e inventare

 

 

 

 

 

 

 

 

Fiore di malva

(per musica)

 

Hai il sapore del nero

l'impazienza del primo appuntamento

la confusione cavillosa ed eloquente

di un ciarlatano

Sei un cannibale che mangia

la propria carne e assurdamente

continui a crescere in maniera

sproporzionata

Ogni mia parola - ti contiene

ogni mio gesto - ti manifesta

Eppure sei solo un'ombra

che vuole farmi credere

che il sole è tramontato

ed io ci credo

Potrei privarmi di te solo

ignorandoti ma

ti mantengo viva alitandoti l'ossigeno

con le mie stesse labbra

Sei una compagna - fedele e cocciuta-

fiore di malva - ti ho coltivata.

 

 

 

Sembrare

 

All’improvviso chiedersi “Che dire?”

Senza più contenuti

Senza neanche il conforto

Delle solite tragiche parole

Ancora sembrare

Ma sembrare cosa?

Gli umori fuori tempo

Non riflettono più

Quell’immagine geniale di spigoli

In cui rifugiarsi compiaciuti

Se non siamo qualcosa di preciso

Rappresentiamoci almeno indefiniti

Mistero e vaghezza ci faranno da velo

 

ENIGMATICITA’

 

L’enigmaticità dell’idiota

-e con molto ottimismo-

 

 

 

 

Parole

 

Quante parole ancora

Quanti esempi e pause

Ho confuso parole e sentimenti

con poche righe scritte a voce alta

Sarò chiaro” mi dico

ma sottintendo invece di chiarire

e mi sfugge la chiave naturale

per lo scambio dei segni comuni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il mio fiore

 

I germogli senza profumo della quinta stagione

hanno invaso il mio campo

Fiori neri della notte gramigna

Gramigna all’infinito

 

In questo piccolo orto colmo di dimenticanze

Il bello e il brutto hanno lo stesso profilo

Lo stesso sorriso sull’uguale tristezza

 

I fiori hanno aperto i loro petali

ma la mia falce è spuntata

ed il filo corroso

 

Ho giocato sognando

e disegnato ombre

certo che la realtà fosse comunque

 

Ora le mie ciglia sono così umide

che vedo solo un velo tremante

Al di là la realtà

priva di entusiasmo

 

Colpevole di non vedere più chiaro

non posso che amare questo giardino

e aspetto senza coraggio

che sbocci il mio fiore

 

 

 

 

 

 

 

 

Kafkiana

 

Ero un piccolo ragno quando spuntò il giorno

Mi guardai allo specchio senza risa né disperazione

 

Tutto accadde nel tempo

giorni – anni – forse un minuto

(col cuore che batteva)

tra stupore e a volte tra sconcerto

 

Fasciato dalla plastica del tempo

tagliavo fili stesi nella notte

Tagliavo e crescevano

-appendici di sgomento e miseria-

finché la tela fu composta

 

Aggiustai la cravatta sul mio collo di piccolo ragno

Cercai un rifugio e infine trovai il posto

-l’angolo migliore- nei pressi di uno specchio deformato

 

 

 

 

Un attimo fa

 

Ogni attimo che passa è qualcosa di meno

Un frammento smarrito

di misure e variabili incerte

un pretesto per oziose discussioni

tra saggi imbonitori e cuori puri

Un attimo fa è un atomo nato

un attimo fa

 

 

 

 

L’interno silenzio

 

Ci raccontammo a lungo, per giorni interi

le stesse cose

a volte con le stesse parole

parlandoci addosso, a reciproca quiete,

sull’amore il lavoro il futuro

 

Sparlammo e molto

su quel futuro sconosciuto

 

Poi venne a noia e sembrò un gioco

quel dire, ma il non dire era sconforto

e fu ipocrita, timoroso pudore,

non saldare fratture né provarci

 

Dopo trovammo, seguendo proprie strade

ognuno l’interno silenzio

 

 

 

 

Silenzi

 

Io donna che sciolgo i tuoi lacci
Io che ho imparato a darmi, nel silenzio degli anni,
quando regnavi libero grazie alle mie catene
Io donna - sono -
Ti vivo accanto e sono,

ma non mi ascolti ancora, né mi vedi
Rincorri un ruolo, con paura e affanno,

e a volte sei per più di un po’ soltanto

Io uomo - perduto tra sistemi complicati
Sospeso senza fili e senza reti
A volte - se rimetto i piedi a terra,

scivolo sopra ostacoli reali e tu mi curi,

come fosse un gioco
Se poi non parlo sai che questo è un modo

per dirti un po’ di più dicendo meno,
ed anche allora sai aspettare e parli

col tuo silenzio al mio che resta muto

 

 

 

 

Quando

 

Quando amavi riamata i cani e i gatti

 

e rispondevi al verso degli uccelli

 

Quando correvi tra le pannocchie dai capelli bruni

 

e coglievi i fiori d’aria per soffiarli

 

Quando il sole era più di una stella

 

e le stelle non erano soli

 

Allora rubasti ai sogni un pensiero

 

e venne il tempo d’osservare meglio

 

L’acqua bagnava i balconi

 

ridisegnando la realtà sul tuo piccolo naso

 

schiacciato alla finestra

 

L’impronta della mano sul cristallo

 

scivolava lenta

 

E tanto fuori e quanto ancora dentro ti restava…

 

 

Ghirlande di fiori

 

cingevano il capo a fanciulli già adulti

 

Li vedesti correre incontro al destino

 

smarriti nella sera

 

mescolati agli adulti fanciulli

 

 

 

 

 

 

 

Ritorni

 

Viaggiò a ritroso

lungo la memoria

tra luoghi noti e volti sconosciuti

scoprendo differenze

sempre uguali

 

Attese con gli affanni di sempre

che la memoria dipanasse i nodi

ma fantasmi mutilati dal tempo

riemergevano rissosi e bugiardi

 

Imprecò alla voglia di ritorni

e ritornò per dove era tornato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ponte Garibaldi

 

Al fiume – solo con i miei pensieri –

guardo il gioco delle acque – di sera

 

Gioco lieve che pochi turbamenti

porta a riva, mentre grande

Il frastuono dei pensieri riempie la mente

di vortici dove cado e precipito a lungo

 

Ogni volta la risalita è dura per le scale del ponte

ma scuote l’affanno l’acre odore di orina

e di morte che stagna prepotente

 

 

 

 

Lo scrigno

 

Ieri ho aperto lo scrigno dei miei sentimenti

Una grande splendida perla

mi avvertiva della mia ricchezza

Alla prima opacità – dopo tanti timori –

l’ho mostrata al mio intenditore

E’ artificiale” mi ha detto

ma io la lucido

con lo straccio delle illusioni

 

 

 

Esami

 

Io….io un esame?

Io ancora provare e provarmi

Dimostrare

Dare di me una dimensione

e con quella lasciare che altri

-Io no, non potrei –

colgano l’insieme e

facciano sintesi

della mutevole apparenza

Io….un esame?

Io ancora a portarmi a fatica

su stampelle di carta

e mostrarmi coi migliori colori

dipinti sul viso

e dietro, affatto celato,

lo stesso disagio di sempre

Io….io un esame?

 

 

 

 

Il fotografo

 

Scattava, gli occhi al mirino

Ad ogni scatto cercava il riscontro,

ma qualcosa mancava

Segnali. Minimi segni

di una stonatura che in fondo

sciupava l’insieme

 

Eppure i colori legavano

L’esposizione era buona

satura quanto basta

Le linee giuste

con diagonali attive

 

Spostò il soggetto

nella sezione aurea

ma qualcosa mancava, ancora

Lasciò la fotocamera montata

e prese un manuale d’istruzioni

 

Curiosa bizzarria: quella scattava

riprendeva da sola e col motore

Ricaricava scatto dopo scatto

Poi sulla gelatina ci fu vita

gente vera con pensieri propri

persone vive, senza mediazioni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lo specchio

(per musica)

 

Parlai allo specchio e gli chiesi chi sono

rispose ridendo chi sei - sei un bambino

ma non domandarmi qual'è il tuo futuro

sorrise e mi disse non sono sicuro

Partii con la lancia l'elmetto e lo scudo

giocai combattendo battaglie incantate

donai al re di coppe e alla donna di cuori

cappelli a cilindro dai cento colori

 

Parlai allo specchio e gli chiesi chi sono

rispose a sbadigli chi sei - tu sei un uomo

se vuoi posso dirti qual'è il tuo presente

per scrupolo -disse- ma forse è imprudente

Spaccai le pietre di vecchie illusioni

conobbi le strade che portano indietro

cercai le passioni nel gioco e nel vino

smussai tutti gli angoli tagliai le appendici

 

Parlai allo specchio ma lui non parlava

mi chiesi nel buio chi sei sono un vecchio

se vuoi io mi posso inventare un passato

ma è tempo che vada io sono arrivato

Raccolsi i miei oggetti tra trame istoriate

alcuni né persi d'impianto melo'

ricordi nessuno - rimpianti ma è tardi

lo specchio era spento la strada finiva

 

 

 

 

 

 

 

 

Attraverso lo specchio

 

Cominciò il viaggio, tardi, a mani vuote
Lasciò certezze e affanni e, dopo notti di pioggia battente, raggiunse il deserto
Parlò con pozze d'acqua, e cespugli solitari le indicarono la strada
La sabbia raccontava il passato: cercare, ritrovarsi, essere stati
Il vento, poi, rimescolò le impronte: dietro...avanti... da qui ricostruire...
Il giorno bruciava la pelle - la notte gelava le ossa - il tempo sfumava le ombre -
Sembrò naturale a chi, senza memoria, sfogliava libri bianchi

*Dove vai?* le chiese un granello di sabbia, rimasto attaccato alla scarpa
*Se vuoi arrivare affrettati...se vuoi...Ma vuoi...ma vuoi?* le disse ogni granello
*Dietro il cespuglio ritroverai le impronte*
*E' qui?* lei chiese al granello
*E' qui* rispose il cespuglio. *Ma vuoi veramente?*
*Io si, io voglio!*
*Cambiati, allora* fece il cespuglio al vento. *Più in là troverai l'acqua*
E l'acqua venne, dopo tante strade
Bagnò le labbra, il viso, e carponi, le mani a coppa, bevve
L'acqua rideva leggera *Guardami bene, dunque !*

ed ogni goccia rimandò i contorni
*Vieni*, fece paziente l'acqua
Lei accostò il volto e scivolò nel nulla


Frantumò il vuoto, a mani tese

e grida di specchi impazziti s'infilarono per imbuti dai neri fianchi
Vide una vecchia donna, china sul telaio

Tessuti di luce presero il volo
La donna cantava

Lei riconobbe il canto e rammentò le parole
Spogliò il carnevale di maschere e cristalli,

ritrovò alcune impronte, altre ne perse
Impastò acqua e farina - e pani di ogni forma
*Allora vieni* disse la vecchia donna, e le coprì il volto con panni bianchi ed acqua
*Dormi e non temere. Sarà il dolore della memoria e la paura del divenire

Soltanto ombre, invadenti fantasmi. Poi ti sveglierai*
E si svegliò tra affanni vecchi e doni
*Ma giocherai con noi?*chiesero i doni
*Ci proverò* rispose Lei


Ad uno ad uno li raccolse tutti. Caricò quelli a molla,
rassettò i più rotti. Cambiò le pile di un astronauta d'oro
Poi entrò nell'Otto e cominciò a volare

 

 

 

 

 

 

Fu dopo l'ultimo ostacolo

-oltre l'inverno-

che ognuno ricompose

e suggellò gli incastri

 

Seppe che il tempo dei giochi

poteva confondersi con quello dell'amore

seppe che convivere è facile

quando si è giocato e si gioca

quando si è amato e si ama

Seppe che il tempo della preghiera

non concede giochi

ma contrasta i sensi

e convive per dominare.

 

Scoprì infine di aver troppo scavato

per non temere anche se stesso.

 

 

 

 

 

 

 

 

Marcello Devenuti – Roma

Nel quartiere-teatro di Trastevere fa le prime esperienze musicali con piccoli gruppi rock.

A 23 anni lascia Roma per la Sardegna, dove lavorerà per più di otto anni.

Tra i monti del Sarcidano scopre che la parola può fare da contrappunto alla musica, ma che può anche viaggiare da sola: poesia come testimonianza esistenziale.

A trenta anni la “fotografia” gli riempie gli occhi. Permette di rivelare e rivelarsi, proprio come l’emulsione si lascia rivelare dalla luce.

Infine approdo marchigiano

Le diverse stagioni si possono ricomporre come un puzzle domestico, guardato a lungo dalla parte sbagliata.

S’impone l’audiovisivo  e le multi visioni, momento totalizzante di tempo e fantasia.

 

La Quinta Stagione è del Maggio 1991, per Andrea Livi editore - Fermo

 

 

 

 

1986-   LA QUINTA STAGIONE – audiovisivo in multivisione

Audiovisivo 4 proettori + 2 schermi

Progetto multivisivo scenografico  di Marcello Devenuti

Diario per immagini parole e musiche, tratto dall’omonima libro di poesie

Ricerca musicale di Romano Acacia

Testo di Marcello Devenuti

Azione teatrale dI Katia Massetti ed Ermanno Pacini

Regia Ermanno Pacini 

- 1986 per le Feste dell’unità di Ancona, Montecchio (Ps) e Porto Sant’Elpidio (AP)

-1987 Guilmi (Ch) per conto della Proloco;

-1987 Collemarino  (AN), su invito della Circoscrizione; dal Dopolavoro PT di Ancona

-1988 Chieti, Università di lettere e filosofia, nell’ambito di un seminario sul *Tempo*. 14/4/88

-1989 Sirolo (An), Teatro Cortesi, nell’ambito del progetto “Educarsi a teatro” organizzato dal Comune e dal G.A.T. di sirolo. Marzo 89

-1991 Porto Sant’Elpidio (Palazzo Commerciale) in occasione della presentazione dell’omonimo libro. 17/5/91

-1991 Palazzetto dello sport di P.S.Elpidio, nell’ambito di una personale di audiovisivi. 31/7/91

-1997 P.S.Elpidio, presso Università del Tempo Libero, in occasione del corso di poesia tenuto dal Prof. Antonio Santori. Maggio 97

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 

 

 

 

FRANCESCO NEWZURICA 14

 

I MISTERI DI EMME

 

L'AGENZIA - 11 FRAMMENTI DI     ERNESTO BALOCCHI

 

RACCONTI DA UNA SDRAIA  A DUE POSTI

 

POT-POURRI

 

FLUSSIDIPAROLE

 

LA QUINTA STAGIONE

 

IL SENTIERO DEI PAPAVERI

 

POESIE CON DEDICA