TESTI
RACCONTI DA UNA SDRAIA
A DUE POSTI
PRIMA PARTE
Questo è l'assemblaggio di brevi e brevissimi racconti, scritti per gioco e
per passare il tempo.... a volte per non pensare.
Un assemblaggio quindi, ma con una costruzione che tenta di essere coerente.
Più volte mi sono chiesto come legare il tutto. Una risposta l'ho trovata: ogni
riga è nata dal bisogno di ostacolare l'ansia, con ogni mezzo: dall’ironia
felice alla disperazione consapevole, giocando con le parole, con il mistero,
con il surreale.
Seduto sulla sdraia a due posti, tra fogli sparsi nel giardino, scrivo per gioco
e per passare il tempo: per non pensare, appunto.
NEL TUNNEL
Mi ero infilato in un tunnel: un imbuto dal collo stretto e scuro. Non ne vedevo
la fine, tanto da pensare che fosse il tempo stesso, dilatato e scosceso, dai
confini variabili.
Eppure quel *tempo* si muoveva ed io con lui. Potevo risalire e discendere e
percepivo tutto ciò guardandomi ancorato alla immobilità dei miei pensieri.
Sapevo anche - e ne provavo dolore e sconcerto - che quell'unica luce, fissata
giorno dopo giorno, mi avrebbe bruciato la vista. Ma dovevo farlo, guardare
avanti, per me.
Ancorati sui bordi dell'imbuto, improbabili spettatori in attesa di un epilogo
aspettato, stavano vocianti, chiedendomi il dovuto.
"Posso salvarmi solo togliendoti un pò di luce. Passando uno straccio di pietà
sulla tua lucentezza; non per spegnerti, ma per lasciarti come piccolo faro di
riferimento, costante, definitivo".
Ma risalire non era facile e molti avrebbero riso rigettandomi in basso.
Conoscevo la soluzione ma ero ancorato sulla curva del presente, accucciato su
quel liscio pavimento, mentre a destra e sinistra sfrecciavano, appena
intravisti, passato e futuro.
La soluzione? La soluzione era accendere un altro faro. Ma sarebbe bastato?
Cominciai a correre, prima dentro di me, veloce, sempre più veloce,
rincorrendomi e scivolandomi addosso. Poi mi feci pesante, di una pesantezza
grave e distaccata. Infine cominciai a muovermi, lentamente. Millimetro dopo
millimetro spostavo il mio baricentro, trovavo nuovi equilibri perdendo vecchie
certezze.
L'ovale del tunnel brillava a distanza costante. Arrancavo col fiato in gola,
piastrella dopo piastrella. Guardai dietro, verso la luce d'ingresso, grande e
luminosa. Ero ancora a metà strada. Cominciai a svuotare le tasche, tolsi le
scarpe e infine i vestiti. Nudo, ripresi il cammino, ora spedito.
L'uscita del tunnel brillava, ora grande come l'ingresso. Uscii in un bagno di
luce, avvolto nel calore del sole e solo allora fui consapevole del gelo.
LA STANZA
In molti ci siamo chiesti, almeno una volta: "Chi sono? Perché?"
A volte (a che scopo negarlo?) abbiamo cercato. sperato almeno, di essere
diversi... "Ma diversi come? Da chi? E da cosa?" Forse migliori o, semplicemente
felici. E così, a volte e per tentativi, si cerca il coraggio di chiedere aiuto,
aprendo spiragli all'Esterno.
Era buio. La mano scivolò lungo la parete, tastando ripetutamente. Gli occhi si
abituavano sempre di più all'oscurità e riuscivano a scorgere il profilo degli
oggetti nella stanza: il letto e il comodino al solito posto, le due finestre e
in mezzo l'armadio. Solo in seguito riuscii a comprendere come, spesso, gli
occhi vedano quello che il cervello immagina.
La luce cominciò a spandersi, lentamente, come venisse da lontano, quasi una
rossa e improvvisa alba. Sui lati, guardando con la coda dell'occhio, la luce
sfumava nel verde. Questa impressione durò poco perché dovetti concentrarmi su
quello che avevo davanti. Rimasi sorpreso, mentre cresceva lo sconcerto. Più
volte sbattei le palpebre. D'impulso mi voltai verso la porta da dove ero
entrato, ora chiusa, quasi a cercare la conferma di un errore e la conseguente
spiegazione. Quello che avevo intravisto e riconosciuto nel buio, quei profili
consueti, non esisteva: la stanza era completamente spoglia e sconosciuta.
Allungai meccanicamente la mano verso la maniglia, ma urtai il legno, massiccio
e laccato di bianco. Non stavo sognando. Quella che avevo davanti non era la
solita porta impiallicciata in rovere da dove ero entrato. Cercai con affanno di
aprirla mentre, sconvolto, mi voltavo ripetutamente verso l'ampia e sconosciuta
stanza. La mano trovò il pomello e cominciai a spingere, poi a scuotere e questo
stesso movimento mi fece tirare il pomello: la porta cedette con semplicità,
mollemente. Aprii di scatto, la mano ancorata al pomello e volgendomi indietro,
quasi con il timore che qualcosa potesse impedirmi di uscire dalla stanza
sconosciuta.
Il buio che avevo davanti era viscoso, quasi palpabile. La luce della stanza,
che aveva le caratteristiche della luce di mezzogiorno, quando il cielo è
passato da sporadiche nuvole bianche e l'azzurro è al massimo dell'intensità,
non riusciva a penetrare quel buio. Sembrava che la stessa luce affogasse in
quel nero oleoso lasciandosi conquistare, come la notte conquista il giorno ad
ogni tramonto. Vedevo chiaramente come la luminosità della stanza, contagiata
dal buio, andasse ripercorrendo il suo spettro, lentamente: il giallo,
l'arancione e poi verso i colori più caldi.
Uscii nel buio pianerottolo, sempre tenendo il pomello. La porta era semiaperta
e potei vederne anche l'altra faccia: era completamente diversa dall'interna.
Tanto quella era luminosa, quasi igienica, tanto questa era scura, indistinta,
irregolare. Ne osservai le screpolature, la trama fitta di risalti e cornici
sconnesse, di nodi e su tutto una coltre spessa di polvere, quasi un velluto
incontaminato. La ruggine aveva consumato borchie e maniglia e grosse fenditure
correvano verticalmente lungo il pannello.
Sentivo il mio cuore battere veloce mentre, sulla soglia, cercavo di penetrare
quel buio. Provai ad avanzare tenendomi sempre a contatto con la porta, ma
seguitavo a non vedere: "C'è qualcuno?" urlai rivolto alle scale. Sorrisi
sentendomi urlare, ma la consapevolezza di quella assurda realtà mi gelò ancora
di più: "C'è nessuno?" ripetei.
Rimasi ancora aggrappato alla porta, a stropicciarmi gli occhi sperando di
svegliarmi da un brutto sogno. Allungai una mano nel buio, seguendo la parete.
Se non era cambiata la disposizione dei locali, andando avanti per circa un
metro, avrei incontrato il corrimano delle scale che portavano di sotto, al
piano terra.
Dovevo decidere e in fretta; il buio stava penetrando nella stanza sconosciuta.
Feci d'impulso qualche passo ed incontrai effettivamente il corrimano. Col piede
tastai in avanti: "Il gradino! C'è il gradino...e la scala!" Mi sentivo
rinascere: "E' tutto come prima...la mia vecchia casa...". Guardai indietro,
verso la luce, cercando il coraggio ed il chiarore che mi permettessero di
andare avanti spedito. Ma la luce, che seguitava ad affievolirsi tanto da
sembrare filtrata da un rosso denso, non riusciva ad illuminare al di là della
soglia.
Dovevo scendere 15 gradini e poi avrei trovato il mio studio...sarei entrato...avrei
girato l'interruttore e tutto sarebbe tornato normale: "Ma si! ci deve essere
una spiegazione". Cominciai a scendere i gradini con attenzione, guardando
ripetutamente indietro, verso la luce che mi lasciavo alle spalle. Mi chiesi,
inconsapevolmente, se facessi bene a scendere. Mi fermai al quinto gradino
seguitando a guardare verso la luce che svaniva. M'imposi di stare calmo
cercando di respirare regolarmente e profondamente.
L'occhio è lento a recepire la differenza di luce, ma poi riesce a scovare,
anche in quello che sembra il buio più profondo, spiragli di luce altrimenti
impossibili da scorgere. Cercavo di abituare gli occhi a quel buio ...ma era
inutile: davanti a me permaneva una impenetrabile cortina nera. I pensieri si
susseguivano confusi; pensavo e mi rispondevo pensando:
"Vado avanti? Ma si! Vai avanti...ancora cinque gradini...ma la luce? Il buio
sta tornando...poi resterò nella completa oscurità....e se non trovo la mia
stanza?.. Allora muoviti" mi esortavo "Scendi questi gradini, muoviti,
muoviti!".
Guardai in alto, ancora: la stanza era di un rosso cupo. Scesi sino al
pianerottolo. Tastai la parete e sentii il legno della porta: "Il mio studio!".
Con agitazione cercai la maniglia...aprii. Fui colpito da un gelo improvviso,
sconvolgente. Il buio della stanza sembrava, se possibile, ancora più denso e
palpabile. Cercai l'interruttore con la destra, ma qualcosa mi bloccò in un
bagno di sudore: c'era qualcuno.
Non so con quale dei miei sensi avessi percepito la presenza, ma ero sicuro che
in quella stanza ci fosse una persona. Mi appiattii sulla porta e trattenni il
fiato per ascoltare meglio. Una specie di soffio veniva dal fondo della stanza.
Non era un soffio e lo capii subito, era il respiro di qualcosa, qualcuno. Ora
lo sentivo distintamente, pesante, affannato, profondo. Allora, come una molla a
lungo repressa, scattai con determinazione. Sbattei con violenza la porta e
cominciai a salire la scala facendo i gradini a due a due, senza vedere dove
mettessi i piedi. Caddi una volta, una seconda; sentivo il sangue scendere dal
mento, lungo in colletto della camicia. Guardai verso l'alto, verso quel minimo
spiraglio di luce rossa che rimaneva nella stanza sconosciuta e ricominciai a
salire, rimuovendo la sensazione di dolore.
Sentivo ancora quel respiro affannato quando entrai. Chiusi la porta tremando e
mi portai al centro del locale dove la luce sembrava più forte. Cominciai a
guardarmi attorno mentre la stanza andava lentamente riacquistando la precedente
luminosità.
Rimasi fermo, per un tempo che mi sembrò eterno, ad osservare la luce che
riconquistava ogni remoto angolo.
La stanza era ora al massimo della luminosità. Anche la temperatura si era
alzata e questo mi riportò ad una condizione di lucidità. Mi guardai attorno: le
pareti erano bianche e non c'erano mobili, né oggetti. Contrapposta alla porta
da dove ero entrato, c'era un'altra porta, completamente nera. Le quattro
pareti, all'altezza del soffitto, erano percorse da sopraluce, alti circa un
metro. Da quelle finestre a nastro, provviste di inferriate saldate al telaio,
veniva una luce al neon. Mi sentivo come una cavia, un animale in osservazione.
Passò molto tempo, un'ora circa. Rimasi costantemente a fissare i sopraluce, poi
mi alzai. Ero rimasto troppo a lungo accovacciato in terra e nervi e muscoli
della gambe tiravano dolorosamente. Feci alcuni passi per sgranchirmi,
avvicinandomi alla porta nera. Pensai dapprima di bussare: "Ma che busso?!" mi
dissi. Aprii e osservai quello che avevo dinnanzi: un lunghissimo ed ampio
corridoio. Ogni tre metri c'era una porta, su entrambi i lati. Ne contai circa
20, finché fui assistito dalla vista. In fondo c'era una scala in legno che
finiva in un soppalco. Provai varie porte, ma tutte erano chiuse. Mi decisi a
salire le scale quando un rumore mi bloccò: un ascensore. Senza pensare tornai
di corsa verso la porta nera, l'accostai e rimasi, nascosto, ad osservare.
L'ascensore scaricò sei persone, tutte vestite uguali, di grigio. Ognuna di esse
si recò verso una porta, l'aprì ed entrò. Tutto avvenne in quello che mi sembrò
un attimo. Ero ancora confuso ed indeciso quando l'ascensore scaricò altre sei
persone. Decisi d'impulso, prima che scomparissero nelle stanze, di spalancare
la porta. Mi avviai verso di loro, pronto alle domande e dubbioso sulle mie
risposte.
Quasi fossi invisibile, i sei si avvicinarono alle porte e, come i precedenti,
infilate le chiavi, entrarono chiudendosi dentro.
"Ma...?! Possibile che non mi abbiano visto?". Sentivo l'ansia crescere quando
l'ascensore ricominciò a muoversi. L'impulso a nascondermi fu immediato. Poi,
facendomi forza, mi piazzai davanti all'ascensore, a circa un metro, quasi un
ostacolo al deflusso. Altre sei persone uscirono dall'ascensore, sempre vestite
di grigio. Si avviarono silenziose e decise, schivandomi come se non esistessi
e, infilate le chiavi nelle toppe, entrarono nelle stanze. Occuparono tutte le
stanze prossime all'ascensore, una ad una: l'uno a destra e l'altro a sinistra,
come un puzzle avviato alla giusta ricomposizione.
L'ascensore si mise nuovamente in moto e, benché frastornato, mi avviai verso la
prima stanza non occupata. Mi piazzai davanti alla porta deciso a farmi sentire.
Le sei persone in grigio mi vennero incontro, entrando ognuna nelle stanze.
L'ultima...."Adesso dovrai fermarti!" dissi più a me stesso che all'uomo che mi
si avvicinava. Arrivò davanti a me e rimase immobile, come indeciso, con la
chiave in mano. Eravamo l'uno davanti all'altro; io poggiato alla sua porta e
lui a un metro da me. Rimase per un attimo immobile, poi i suoi occhi vagarono
come alla ricerca di qualcosa, di qualcosa soltanto percepito. Girò il capo a
destra e a sinistra, sempre con la mano leggermente protesa in avanti, come
pronto ad infilare la chiave nella serratura.
"Buongiorno" dissi deciso, "Credo di essermi perduto...veramente non so cosa
stia succedendo...per cortesia, mi aiuti!"
Alle mie parole, l'uomo ebbe una sorta di sussulto, si guardò nuovamente
attorno, lo sguardo attonito e sorpreso. "Non mi vede?!" pensai. Allungai una
mano tirandogli la manica della giacca: "Senta, mi aiuti, non..." . Lo tenevo
ancora per la manica, quando parlò:
"Dovrei entrare, ma ..." Non finì il discorso. Il suo atteggiamento ritornò
quello di prima: sorpreso e attonito, come colpito da qualcosa che non riuscisse
a decifrare.
"Lei è cieco?" provai a chiedere. Non rispose.
"Non può essere sordo !" mi dissi, quasi ridendo dell'idea. Lo presi per una
spalla e, nuovamente, ebbe una specie di sussulto: "Non capisco cosa stia
accadendo..." fece. Per un attimo mi guardò negli occhi, come se mi vedesse per
la prima volta. Ero certo che mi avesse veduto ma...il suo sguardo si perse
nuovamente dietro di me.
Gli andai alle spalle, per vedere una qualche reazione: non ce ne furono: infilò
la chiave, con estrema tranquillità, quindi entrò nella stanza e richiuse la
porta, senza una parola.
"Pazzesco, pazzesco...è un manicomio !" sbottai. Dovevo fare qualcosa, tutto ciò
era incredibile e cominciavo ad aver paura. Mi sentivo come perso, isolato. Mi
avviai verso l'ascensore, poi mi fermai davanti ad una delle prime porte e
bussai:
"Avanti, prego" rispose una voce dall'interno. La tensione si scaricò di colpo.
Entrai nella stanza: era grande, con pochi mobili, arredata tipo ufficio, con
scrivania, poltroncine, divani, schedario e quant'altro necessario allo scopo.
"Buongiorno" dissi carico di speranze....speranze che morirono all'istante:
L'uomo era seduto dietro la scrivania. Guardò un attimo verso di me, con uno
sguardo sorpreso, poi abbassò gli occhi e si mise a scrivere.
Provai a parlare ma senza risultato; solo scuotendolo fisicamente ottenevo un
minimo di attenzione che durava, però, pochi secondi.
Così fu con tutti gli altri.....impiegati? Sbattei le porte, urlai, imprecai, ma
senza alcun risultato. Non sapevo se essere depresso, disperato o angosciato,
anche se provavo una gran voglia di ridere:
"Ma che posto è questo? E voi chi siete, cosa volete?". Mi avvicinai
all'ascensore deciso ad andarmene per la stessa via con la quale loro erano
arrivati. D'altra parte non c'erano altre vie, tranne la scala, che andava al
piano superiore. Pigiai ripetutamente, ma l'ascensore non si mosse. Battei i
pugni sulle porte, senza risultato.
"Bene" dissi, "Vediamo cosa c'è di sopra" Salii velocemente la rampa di legno ed
arrivai sul piccolo soppalco. Ora avevo davanti una sola porta. Mi apprestai ad
aprirla...
"Si accomodi" , anticipò un voce dall'interno, calda e tranquillizzante. C'era
un uomo nella stanza, un uomo sulla sessantina, vestito di bianco, canuto e
sorridente.
"Si segga, prego" continuò. Entrai, quasi sospirando di sollievo. Il locale era
enorme, troppo pensai. Era un ufficio e un laboratorio insieme. A destra del
divano, dove l'uomo sedeva, si stagliava un grande macchinario per la tessitura.
Rocchetti di filo erano accatastati in terra e numerosi fili colorati scendevano
dalle mensole a muro. Una vetrata, in fondo al locale, occupava l'intera parete,
circa dieci metri per quattro, inondando la stanza di luce, tanto che dovetti
socchiudere gli occhi. C'erano, poi, scrivanie, tavoli da disegno e altra
macchine che non riconoscevo. L'uomo stava sopra un divano, al centro del
locale. La sistemazione degli oggetti e dei mobili sembrava casuale, fuori
posto. Non sapevo da dove cominciare, fermo davanti a lui e in piedi, fuori
posto anch'io:
"Io...credo di essermi perduto...non capisco.... e tutte quelle persone che..."
"Lo so" m'interruppe, "So chi è lei e cosa cerca. Ora stia tranquillo...capisco
che è turbato, ma è sulla strada giusta. Non ha ancora trovato ciò che cerca, ma
ora sa che esiste la strada, la vede insieme alle altre: deve solo imboccare
quella giusta"
"Ma...dove sono? E lei chi è?"
"E' a casa sua, non vede?". Mi guardai attorno e, come un flash, mi trovai
circondato dai miei oggetti, dalle mie cose, ma fu un attimo e tutto tornò come
prima.
"Io sono l'Osservatore. Curo che tutto proceda e funzioni". Non è che queste
parole mi aiutassero più di tanto. Sentivo, dentro di me, crescere una reazione
forte, un vortice di domande incontrollate, che si spegnevano subito, come se
conoscessi le risposte e non volessi sentirle.
"Posso aiutarla....immagino le sue perplessità: gli Interlocutori. SI, gli
uomini grigi, come lei li ha definiti. E' questo?"
"E' questo e tutto il resto....passavano senza vedermi...... eppure esisto! Lei
mi vede!" esclamai, toccandomi con forza i polsi, quasi a dimostrare quanto
asserivo.
"Esiste? E' certo di ciò? Lei ha perduto qualcosa...o non l'ha mai avuta e
questa mancanza la rende, per così dire, una Assenza-Presente. Nessuno può
vedere ciò che lei non vede, né credere a ciò cui lei non crede. La Latenza è
una condizione personale che viene recepita all'esterno e, allora, prende forza
e diviene reale. Finché resterà latente per sé stesso, l'esterno si adatterà a
questa situazione...escludendola. Gli altri non possono vederla, non possono
cogliere la sua presenza, finché lei non avrà ricomposto i frammenti dispersi".
Ebbi la precisa sensazione di stare nel mio letto, nel momento stesso in cui
aprivo gli occhi. La poca luce della stanza mi rimandava pezzi di memoria.
Sentivo che quello era il mio letto, quelli i miei due cuscini, gettati a
caso.... "L'Osservatore!" esclamai con angoscia.
Allungai la mano verso il comodino, sentii la corda e spinsi il pulsante. Si
accesero tutti i neon dello stanzone: davanti a me splendeva, di riflessi
lucidi, la porta nera. Stavo in piedi, a circa un metro dalla maniglia, neanche
troppo meravigliato.
"Ci risiamo" mi dissi, chiedendomi quale fosse il sogno.
Entrai, proprio nel momento in cui l'ascensore scaricava altri Interlocutori.
Tutto si ripeté compostamente: i miei gesti e loro indifferenza. Imboccai la
scala di legno e salii. C'era una donna nella stanza, intenta a filare.
"Dov'è l'Osservatore?" chiesi senza frapporre indugi. La donna si voltò
sorridente. Aveva un'età indefinibile, né giovane, né vecchia. Sembrava una foto
dei vecchi tempi che, all'improvviso avesse preso corpo e vita.
"Bentornato" disse la donna. "Sono la Tessitrice. E' con me che devi parlare".
Ero stanco e non avevo voglia di spiegare ancora. Mi buttai sul divano,
rimanendo silenziosamente a guardarla. Mi ricordava qualcuno, ma non sapevo chi.
"Hai ricomposto i frammenti dispersi?" chiese la donna, seguitando a manovrare
la macchina.
"Quali frammenti?" risposi disperato, più a me che a lei. "Perché? Che significa
tutto ciò?" La donna avvolse un ultimo filo, spense la macchina e si sedette sul
divano, al mio fianco:
"Cambiare vita....? Cambiare noi stessi...No! non è facile. Ci si può smarrire,
perché quando si decide di cambiare, di affrontare la verità, coglierla e
risolverla...ecco, allora si devono vedere le cose in modo diverso, tanto
diverso che si arriva a credere di vivere in un mondo anch'esso diverso, alieno
e incomprensibile, colmo di oggetti e persone sconosciute".
"Io sto vivendo tutto ciò!" esclamai a confermare le sue parole.
"Si, certo! Lo so e conosco i turbamenti, i passaggi, i necessari dolori e le
paure. Questo è cambiare se stessi. Se si vuole cambiare è necessario che,
insieme a noi, si trasformi tutto il resto. Devi accettare ciò!".
Ero sconcertato: sapevo di vivere questa diversità, ma mi vedevo, al contempo,
uguale a prima, ero sempre lo stesso. La Tessitrice prevenne la mia domanda:
"Forse non vuoi cambiare del tutto...qualcosa ti lega al passato. Vorresti, ma
sei in contraddizione con la speranza di riuscire in ciò. La paura...che
terribile involucro!"
Ero nuovamente sdraiato sul mio letto, al buio. Lo sapevo, lo percepivo. Non
accesi la luce per il timore di ritrovarmi davanti a quella porta nera. Rimasi a
lungo sdraiato, finché la calma e la memoria furono complete. Ripensai alle
parole della Tessitrice e i dubbi si fecero risposte...."Solo con la morte si
cambia, altrimenti sarò condizionato dalle esperienze e dalla cultura...Tornare
indietro? Eliminare il proprio passato, fisicamente? Tranciato il cordone
ombelicale, entrerò, finalmente, nel nuovo ambiente, anch'io rinnovato...Affrontare
se stessi, quale entità reale in contrapposizione con l'altro io, con quello che
vorresti essere? E' un po' come morire... per propria mano". Il pensiero di
tornare al piano terra, aprire il mio studio e.... quel respiro...mi
terrorizzava.
"Entrerò!....Questo è già un cambiamento culturale...e che farai?....."
Accesi la luce. Questa volta avevo dinnanzi la porta del mio studio. Allungai
una mano, ma la ritrassi immediatamente. La Tessitrice si insinuò tra i miei
pensieri:
"Puoi entrare ed eliminarlo...ed eliminarti anche. Poi? Poi, chi può dirlo?
Forse girerai nel buio, per sempre, incapace di trovare l'uscita. Forse? Troppo
possibilismo, troppa incapacità di razionalizzare il pensiero, non credi?......Oppure...oppure
puoi cercare di comprendere le ragioni dell'altro...ma dovrai saper comprendere
le tue, prima e bene altrimenti...sarà come mutilarsi: rinunciare alla violenza,
senza approfondire se stessi, è un accostamento superficiale alla
verità....infine....". Potevo tentare una sintesi nella quale, dalla completa
negazione di tutto il precedente me stesso e alla esaltazione della possibilità
di essere diversi, passare poi alla constatazione che per essere tali è
necessario essere senza storia.
"No! Devo recuperare me stesso e l'altro!". Aprii la porta, deciso ad affrontare
il problema per capirlo e risolverlo. Il buio invase immediatamente l'esterno e
con il buio tornò il respiro pesante dell'altro. Entrai, pur se terrorizzato e
chiusi la porta alle mie spalle. Il buio oleoso di prima si dileguò in una
nebbia densa che lasciava, però, intravedere l'intera stanza. "E' il mio studio!
C'è tutto....."
"C'è tutto!" ripetè una voce. In fondo, vicino alla finestra accostata, vidi una
sagoma alzarsi lentamente dalla mia seggiola, venirmi incontro.
"Chi sei?" chiesi.
"So chi sei...so chi sono...ma tu non sai chi siamo noi due. Finalmente potrò
esprimerti la mia interezza e tu svelarti. Dimmi, cosa vuoi veramente?". Io
pensavo le parole e la presenza le pronunciava, anticipandomi, scandendole
lentamente. Spesso, in quei brevi attimi, ripeté la stessa domanda: "Ma tu...cosa
vuoi?" Provai a rispondere. Le mie parole si unirono alle sue, le stesse: "Io...io
voglio...devo...devi...".
Stentavo ad esprimere tutto quello che sentivo. Le idee mi esplodevano dentro,
mentre l'altro pronunciava, ormai, le mie stesse parole, unicamente quelle, non
altre. Poi fu silenzio, rotto solo dai miei singhiozzi. L'altro si avvicinò,
poggiò le braccia sulle mie spalle. Sentivo la pressione delle sue mani sulla
mia pelle e il suo corpo aderire al mio, con sempre più forza. Percepivo i suoi
organi pulsare e il battito del suo cuore aumentare, sino ad avvolgermi
completamente, ritmico e martellante. Infine l’altro si dissolse dentro di me,
in un silenzio assoluto.
Mi svegliai lucido e consapevole di me stesso. Le membra erano intorpidite e una
stanchezza estrema contrastava, stranamente, con il pensiero vigile ed attento.
Nell'istante stesso in cui si pose la prima domanda, le risposte cominciarono a
crescere nella sua mente e ne colse tutti gli aspetti e le implicazioni.
PARTE SECONDA
LA FOTOCAMERA
Qual'è la realtà? Quello
che vediamo e accettiamo come segno codificato o quello che c'è dietro e che si
trasforma, mediato dal nostro io più profondo?
Nella foto ingrandita
(ripenso a Blow up di Antonioni), dietro l'immagine conosciuta, c'è dell'altro
-ingrandimento dopo ingrandimento- in trasformazione con i nostri pensieri.
L'unica certezza sta nel non aver certezze, consapevolmente.
(Fu solo qualche mese dopo
l'incidente che rammentai)
Stavo cercando tra gli
scaffali della camera oscura quando, improvvisamente, pensai alla fotocamera
6X6. Dapprima fu un sollievo perché riuscivo a recepire nella memoria quel
tassello che mi era sino allora sfuggito, ma del quale percepivo acutamente la
mancanza. Poi il tassello riordinò la memoria e il sollievo divenne angoscia.
"Ho prestato la fotocamera
a Marino" dissi sottovoce. Già, a Marino, pensai, ed oggi fanno esattamente
sessanta giorni. Due mesi fa Marino rideva, felice e sicuro, come sempre.
Quella mattina, cominciai a
rammentare, Marino era sceso trafelato nel mio appartamento (abitava al piano
superiore): "Tra due mesi sarò un altro uomo" aveva detto, abbracciando la
giovane ed elegante donna che lo accompagnava, "Ho trovato un lavoro fantastico
" e mi aveva chiesto la fotocamera per riprendere non so cosa.
Poi la tragedia: Marino
morto; un incidente mentre puliva il fucile da caccia. Il volto devastato,
irriconoscibile, che avevo dovuto osservare più volte. Il ricordo di quel volto,
una povera cosa, mi aveva tormentato per alcune notti, poi... cancellato...
completamente dimenticato.
Sentii tornare lo stesso
senso di sgomento di allora e, con esso, l'ansia di qualcosa di incomprensibile
che mi sfuggiva: Marino non amava la caccia, né mai l'aveva praticata. Perché
quel fucile? Mi ripetevo le stesse domande di allora e come allora non trovavo
risposte. Comunque dovevo recuperare la fotocamera e, dopo lunghe esitazioni,
decisi di entrare nel suo appartamento. Prese le chiavi cominciai a salire le
scale. Scambiarci le chiavi era stata una sua idea: "Conservale, non si sa mai*
aveva detto "Può sempre tornare utile".
Dovevo restituire quelle
chiavi, pensai aprendo la porta: ma a chi? Il fratello di Marino, unico parente
conosciuto, viveva da anni in Germania. L'appartamento era buio. Provai anche il
secondo interruttore dell'ingresso ma senza risultato: forse l'amministratore
del condominio aveva staccato la valvola centrale. Mi sentivo a disagio in
quella penombra appena schiarita dal sopraluce della porta. Arrivai nello studio
aiutato più dalla memoria che dalla vista e, una volta entrato, fu la vetustà
delle serrandine di legno a procurarmi la luce necessaria.
La ricerca fu breve. Vidi
subito la fotocamera: era sopra il mobile situato davanti alla porta d'ingresso,
accostata allo specchio sul quale rifletteva una macchia nera. C'era qualcosa di
sbagliato in quella stanza, qualcosa che non riuscivo a cogliere a pieno. Poi mi
resi conto. Mi guardai intorno. La fotocamera era l'unico oggetto non casuale,
quasi vivo, che potesse caratterizzare quella stanza. Soltanto un mobile, un
lettino, una seggiola, un porta abiti. Spogli come spoglie erano le pareti.
Provando sopra pensiero mi
accorsi dell'otturatore carico. Guardai il contafotogrammi: indicava dieci
scatti, quindi nella fotocamera c'era una pellicola già cominciata, e doveva
trattarsi delle foto che Marino aveva scattato poco prima della disgrazia. Scesi
subito le scale e, riavvolgendo il rullo, entrai nella camera oscura. Guardai la
scadenza dell'emulsione: *Sviluppare entro giugno...* poi andai sul datario
dell'orologio "Oggi è il trenta giugno ! " esclamai.
Passavo le stampe dal
rilevatore al fissaggio in uno stato di tensione crescente. C'era qualcosa di
conosciuto, e per questo temuto, in quei profili appena delineati, che si
andavano formando. Poi la carta cominciò a raccontarsi. Quelle stampe, che
affioravano dalla bacinella scrosciante d'acqua, erano la documentazione della
morte di Marino, forse del suo suicidio. L'occhio andò su di una precedente allo
sparo: era mossa, sfocata e, in secondo piano, si vedeva una canna di fucile
puntata su di un volto.
Accesi la luce di scatto
portando la stampa sotto la lampada. Non so per quanto tempo rimasi a guardare.
" Mio dio !" esclamai ed alzatomi mi girai verso lo specchio con la foto in
mano:
" ...Ma io... io chi sono
?" cominciai a ripetermi con disperazione.
Il maresciallo mi fissava
perplesso " Giovanotto" disse "Lei non mi sta aiutando e, certo, non aiuta sé
stesso" . Poi alzò il telefono e chiese del brigadiere. Questi arrivò poco
dopo: "Comandi" fece rivolto al superiore che lo salutò con un cenno della
mano.
"Questo signore ha una
storia da raccontare, una storia che tu hai seguito e quindi conosci meglio di
me. Prego" continuò il maresciallo guardandomi, "Ricominci daccapo" .
Raccontai brevemente,
mentre i due interlocutori si scambiavano veloci occhiate.
"Ecco" , conclusi, "Questo
è quello che ricordo, anzi quello che ho scoperto, perché non ricordo tutto.
.Si! Si! Io sono Marino. Si, sono Marino quello che è stato dichiarato morto...
c'è stato uno scambio...non so...il mio amico è morto, forse io sono
colpevole...". Il maresciallo poggiò le stampe sul tavolo; mi guardò per qualche
istante e poi alzò gli occhi verso il brigadiere, "Chiama il medico" disse.
Mi svegliai in un letto.
Avevo l'impressione di essere legato o almeno di esserlo stato. Tutto era
bianco: lenzuola, pareti e mobili. C'era un campanello sul comodino. Sfilai
lentamente un braccio da sotto il lenzuolo e pigiai il pulsante. Arrivò subito
un medico.
"Allora, come va il nostro
amico?" disse, più rivolto alla persona che lo seguiva che a me. Dietro il
medico apparve il maresciallo, in borghese, che salutò con un cenno del capo.
"Ricorda qualcosa, adesso
?"
Sorretto dai due scesi dal
letto e rimasi in piedi tenendomi alla spalliera di alluminio laccato.
" Dove sono ?" chiesi.
"Non ricorda ancora ?"
insisté il medico.
"Ma certo" risposi
stranito "Ma cosa faccio in questo posto...come ci sono venuto....perché ?"
"Lei si è sentito male*
troncò il medico "Ed è stato ricoverato in questo istituto. Ricorda almeno
quello che è accaduto ?" proseguì, facendomi sedere sulla sponda del lettino.
Sospirai profondamente
"Sono Marino, certo; sono Marino e ricordo. Ricordo la fotocamera , la
pellicola, quella immagine e quello che ho scoperto ...anche se tutto non scorre
chiaramente. Sono Marino!" urlai, stringendo le tempie con le palme delle mani
"E forse ho ucciso un amico".
Il medico prese una
caraffa piena di acqua e ne versò un poco nel bicchiere che avevo davanti.
"Beva!" ordinò. L'acqua mi lasciò in bocca un gusto amaro, di bruciato. Mi
sdraiai nuovamente sul lettino. Il medico guardò per un attimo il maresciallo,
poi mi si accostò e, sommessamente quanto velocemente, quasi non volesse farsi
sentire, disse "Tu, tu non sei Marino. Non hai ucciso il tuo amico. Marino è
morto per una imprevedibile disgrazia".
"Ma la foto!" gridai,
aggrappandomi al camice del medico "In quella foto...."
"Quella foto dice molto
poco" replicò, "Guarda: quel volto indefinito non è il tuo...tu non sei
Marino" disse ancora. "Chi ti conosceva sa che non lo sei. I tuoi documenti, la
tua statura, il tuo accento, tutto dimostra il contrario di quello che hai
voluto credere".
Rimase chino sopra di me,
per qualche attimo che mi sembrò eterno, guardandomi fisso negli occhi,
penetrante e sicuro, egli, quanto incerto e timoroso ero io. Mi sentivo scavare
dentro e seminare, ora di dubbi ora di certezze. Volevo dire e ribattere, ma mi
sentivo spossato, incapace di articolare persino la lingua, come se la
confusione dei pensieri avesse contagiato il fisico, sciogliendo muscoli, ossa e
nervi.
"Tu non sei Marino. Sei
stato male ed ora sei qui per guarire. Noi ti.....si è addormentato" concluse.
Il maresciallo, seduto su
di una poltroncina della direzione sanitaria, sfogliava nervosamente alcuni
fascicoli.
"Lei non sembra convinto"
affermò lo psichiatra. Il maresciallo depose gli incartamenti sul tavolo. "Vede,
dottore" disse, cercando e pesando le parole, conscio di non dovere, né lo
poteva, invadere l'altrui campo. "Non è sulla identità della persona che ho
dubbi, anche se...ma no: troppo macchinoso" sembrò dire a sé stesso. Si alzò
agitando le mani come per scacciare qualcosa di estremamente fastidioso.
"Il nocciolo è un altro: il
nostro ospite era sicuramente presente al momento della disgrazia, e ciò implica
altre possibilità, oltre al disgraziato incidente, come l'omicidio, sia pure
colposo, l'eutanasia o lo stesso incidente, ma articolato in maniera differente
da come ci appare.". Il medico aprì la cartella clinica "I suoi dubbi sono
comprensibili" convenne. "Né la medicina potrà fornirci, in questo caso,
elementi giuridicamente probanti. Però..." e qui sembrò cogliere l'ispirazione
dai referti che aveva davanti, "Però, dicevo, l'analisi del soggetto ed il
recupero di frammenti di memoria già ci permettono di formulare ipotesi
possibili".
"Se capisco bene, lei è in
possesso di alcuni indizi rilevanti ?"
"Elementi, non indizi, caro
maresciallo. Ipotesi, non prove. Al centro di tutto" cominciò pedantemente a
spiegare "C'era il desiderio, mosso all'improvviso da qualche meccanismo a
tempo, di essere Marino o meglio di fare si che Marino fosse in lui, quindi
ridargli la vita annullando la propria"
"Ma perché avrebbe
desiderato ciò ?"
"I motivi possono
molteplici" rispose il medico "Il senso di colpa, ad esempio, oppure il
desiderio di emulazione, mosso da una smodata ammirazione". L'altro scosse il
capo decisamente "Ma perché restituirgli la vita e poi, con l'autodenuncia,
privarlo della stessa? E' un controsenso"
"Apparentemente si",
riconobbe il medico "Ma c'era stato, quella stessa mattina, uno scontro profondo
tra i due, in merito a problemi professionali. Il povero Marino aveva ottenuto
un importante incarico ai danni del nostro paziente. Forse aveva ostentato
questo successo con quella sicurezza vincente che gli era, forse…ancora un
forse… congeniale e inconsapevole di colpire in profondità, questa volta più
delle innumerevoli altre volte".
Ci fu un attimo di
silenzio, mentre i due si fissavano: "Ipotesi, maresciallo. Rammenti, soltanto
ipotesi costruite con sabbia e acqua. Comunque" continuò il medico "Tutto ciò
aveva innescato, o meglio, detonato un senso di profonda frustrazione nel nostro
ospite. A questo va aggiunto che questi, come provano le foto, aveva
effettivamente assistito al drammatico evento"
"Sembra stessero facendo
una specie di gioco" intervenne il maresciallo.
"Esatto!" confermò il
medico "Si fotografavano giocando con quel fucile ed egli, forse proprio
scattando quella drammatica immagine di morte, pensava e desiderava avere in
mano un'arma e non una fotocamera"
"Quindi, e sarebbe
veramente eccezionale" fece il maresciallo "Al desiderio di uccidere, sia pure
inconsapevole, è corrisposta, con straordinaria coincidenza, la disgrazia"
"Siamo senz'altro al
cospetto di eventi e coincidenze straordinarie" ribadì il medico, "E proprio
questo è il fulcro di tutto. Il fatto che questo desiderio, sia pure inconscio,
avesse un riscontro così altamente agghiacciante ed immediato. Tutto ciò lo ha
sconvolto. Egli si è difeso, dapprima rimuovendo il fatto e poi, dopo due mesi,
recuperando, solo parzialmente, l'accaduto"
"Ma come ha potuto
riconoscersi in quella foto ?" chiese il maresciallo che ancora nutriva seri
dubbi sulla personalità e sulla sincerità del paziente. "Come ha potuto
convincersi sino al punto di vedere quello che non c'era ?"
"Comprendo le sue
perplessità" disse il medico, con tono compiaciuto "Lei, come me del resto,
vuole e deve scavare, scoprire, al di là delle apparenze"
"Fa parte della mia
professione" intervenne prontamente il maresciallo, interessato all'argomento
che lo riguardava anche personalmente.
"Certo, fa parte della sua
professione" riconobbe il medico e, dopo una breve e studiata pausa, proseguì:
"E della sua deformazione professionale. Lei vede oltre quello che possono
vedere gli altri e proprio per la sua professione, a volte, vede oltre quello
che c'è da vedere".
Il maresciallo accese una
sigaretta e si avvicinò il posacenere. "Credo di capire questo meccanismo, ma
solo quando viene applicato alle ipotesi" disse "Non lo capisco, però, in
questo caso, quando ci sono dei documenti, nella fattispecie le foto, con la
loro evidenza oggettiva".
Il medico sorrise "Ma lei
proprio non vuole credere allo stato confusionale del nostro paziente? Suvvia!"
lo esortò "Concediamogli un poco di fiducia". Si tolse gli occhiali e cominciò
a pulirli meticolosamente, guardandoli più volte in controluce. Li inforcò e
quindi proseguì "Ci sono delle sovrastrutture culturali, come la professione,
appunto, o come l'educazione, la famiglie e quant'altro possa contribuire alla
formazione del carattere, che possono confonderci sul piano delle aspettative"
"E' un modo di essere,
quindi" intervenne l'altro "Oltre che individuale, anche di gruppo, di
classe..."
"Quanto più si è legati ad
una struttura, tanto più tale struttura ci permea, omologandoci"
"Non sempre gli occhi di
molti vedono meglio di quelli di uno" commento il maresciallo.
"Dicevo", riprese il
medico, quasi seccato per le interruzioni "Che tali sovrastrutture sono in grado
di confonderci non solo sul piano delle previsioni, facendoci prevedere quello
che non c'è, ma anche su quello delle evidenze. Nel primo caso possono farci
immaginare una realtà desiderata da contrapporre ad una realizzata e presunta
obiettiva. Nell'altro, con gli stessi meccanismi e per scontri più profondi,
possono intervenire rimodellando la realtà esistente con un'altra non vera,
utile però ai propri fini o al proprio conforto"
"Proprio come per le
foto", intervenne il maresciallo.
"Esatto!" fece il medico,
che si alzò, come volesse congedare l'ospite. "Pensi ad un quadro osservato da
culture diverse. Potrà essere valutato, interpretato, giudicato nelle maniere
più disparate, in relazione al momento, all'umore, alla capacità di analisi,
alla attitudine ad approfondire, all'interesse, alla cultura, insomma"
"Si, ma è pur vero", fece
il maresciallo avviandosi verso la porta "Che esiste una critica che valuta e
giudica uno stesso soggetto con uniformità, almeno nei criteri"
"Forse nel campo dell'arte,
e con scarsa coincidenza di giudizi", obiettò il medico "E a volte tale
uniformità è dovuta ad abitudine e pigrizia intellettuale, se non a paura e
piaggeria, e comunque" concluse sorridendo. "Quella del critico non è una
professione laica, proprio come non lo sono le nostre professioni".
Finalmente ero stato
dimesso dalla clinica. Ancora sentivo nelle orecchie le raccomandazioni
dell'infermiera circa gli accertamenti, le analisi ed i controlli.
Dopo sessanta giorni di
degenza sentivo di essere nuovamente me stesso, anche se mi chiedevo quanta
della memoria recuperata fosse frutto dei suggerimenti del medico.
Mi avviai verso il
sottopassaggio della metropolitana, a passo veloce. Volevo dimenticare quella
assurda storia, fare una lunga vacanza lontano dal ricordo di Marino, lontano
dal ricordo della sua morte che mi aveva profondamente coinvolto.
Scesi le scale della
metropolitana, soprappensiero. Le mani scivolarono nelle tasche del soprabito in
cerca di monete. Giunsi in fondo alle scale, sudato e stordito. La folla e
l'ambiente chiuso, illuminato artificialmente, mi stimolavano sensazioni
claustrofobiche, di stordimento.
Cacciai le monete dalla
tasca, meccanicamente. Mi sentivo estraneo, fuori dal mio corpo. Pensavo e mi
pensavo in terza persona. Agivo e mi vedevo come in uno spettacolo, personaggio
dell'immaginario in una realtà fittizia che mi aspettavo scomparisse da un
momento all'altro, come le scene di un film.
Avevo appena inserito una
moneta nella macchina di accesso al metrò quando il mio sguardo incrociò quello
di una giovane donna, accuratamente truccata ed elegante. Procedeva lentamente
verso i varchi di uscita, a pochi metri da me, guardandomi con curiosità.
Seguitai ad osservarla mentre si avviava lentamente verso la rampa di uscita,
oltrepassandomi. Mi superò di alcuni metri, poi si voltò. Stavo per rivolgerle
la parola, ma lei mi anticipò sorridente e, quasi domandando, disse: "Marino!?".
SOLITARIO
VIRTUALE
Il gioco è, spesso, una
simulazione della vita. I problemi cominciano quando la vita simula il gioco.
Il Solitario è un gioco
, una sfida nella solitudine- per forza di cose. Quando la solitudine diviene
il mondo reale, il solitario si fa archetipo della vita, realmente
totalizzante: si perde sempre, comunque.
1°°pausa
Avvio open schermata doppio
clic opzioni play
Il gioco ha inizio:
Sette file di carte, una
scoperta
quella in basso di ogni
fila.
2° pausa
Si può viaggiare per uno
scopo
Si può viaggiare facendo
finta di avere uno scopo
Si può far finta di
viaggiare per raggiungere uno scopo
Si può far finta di
viaggiare facendo finta di avere uno scopo
Si può stare fermi,
fingendo tutto ciò
E' come un rito: doloroso,
necessario, gratificante. Seduto davanti allo schermo dimentico tutto il resto.
Ogni disagio è rimosso, ogni preoccupazione limata. E gioco; gli occhi perduti
nel monitor sempre più grande
Asso di cuori nella griglia
asso di picche nella
griglia
otto di quadri su nove di
fiori
Un inizio, una fine. Dentro
il divenire
Le variabili appartengono
al presente, così le scelte
Il presente vive e muore
continuamente
La fine - il risultato - è
la verità
la verità di un
condizionamento biologico
più la verità di
contaminazioni culturali
Non volevo giocare ma
eccomi pronto.
Non volevo sedermi ma
sistemo la spalliera.
Trepido osservando lo
schermo.
E' grande, più dell'ultima
volta e ne sono felice
Tre carte scoperte
Cinque di fiori, due di
quadri, fante di cuori.
Tre carte da scoprire, tre
clic
Cinque di quadri sul sei
nero
3° pausa
Dipende da altri, da
altrove viene il segno
Alcune scelte sono
obbligate
e allora è vita, imprecando
di soddisfazione
La colonna dei gregari
avanza,
Un piede avanti all'altro,
solo per necessità di equilibrio
Eppure...neppure eppure
riesce ad aprire il presente.
Tutto è fermo, tranne il
segnatempo digitale: durerà all'infinito.
Il gioco è sospeso, il
presente annullato.
Punti in movimento appaiono
sul monitor. Lo schermo illumina la stanza.
I dorsi delle carte
sembrano copertine di seriosi volumi. Le scritte giganteggiano.
Debbo allontanarmi per una
migliore definizione. Non male da quaggiù!
Scopro una carta dal mazzo,
una seconda:
otto di picche su nove di
cuori.
Impasse, scopro ancora:
quattro di picche su cinque
di quadri
La città occupa l'orizzonte
Vortici di polvere
incrociano nuvole inquiete
nella sosta del sole
Oggi si fermerà, il sole,
per poco più di un attimo
Tutto è diverso,
finalmente, se c'è tempo e voglia
Mi accompagnano, queste
sinusoidi di maltempo, da sempre.
Ora il segnale è piatto:
una linea bianca di demarcazione tra il buio e il buio
Il mezzo dovrà cavalcare
questa monorotaia, cercando ancora le onde di un segnale.
Eccole! In alto sulla
parete. L'intera parete è lo schermo. Curioso, divertente
Scopro un re.
Ho due re rossi sulla
griglia,
inutili perché senza regno
né discendenza
4° pausa
Centinaia di corde
imbracano l'immaginazione
Ogni oggetto ha un nome
ogni nome una
corrispondenza convenzionale
ogni riferimento è un
mattone della città
L'umore cambia le cose, le
stravolge
Il sole si è alzato su
geometrie consuete
ora disegna grigi e neri
profondi sul bianco vitale
Le mani vanno veloci, dalla
tastiera al mouse.
Basta un'occhiata per
comprendere.
Sono in sintonia con il
mondo, gli occhi persi nel soffitto.
Una carta, enorme, sovrasta
il lampadario.
Ecco, è un piccolo seme del
gioco, il lampadario
mentre la finestra è un
dorso colorato.
Scopro: tre di cuori su
quattro di picche
scopro: donna di picche su
re di cuori
Sposto il fante di cuori
sulla donna di picche.
Il bambino guarda il
giostraio, con gli occhi lucidi di promesse mancate
Ogni uomo, nel parco
giochi, è il giostraio: capelli neri, ricci e folti; barba incolta; vestito
senza età;
unto e le mani nere di
grasso, le unghie spezzate
Il bambino sta col piccolo
braccio sollevato, la mano infilata in altre promesse
Esce dal parco, trainato,
volgendosi indietro
Dovrei prendermi sul serio
ma fuori non c'è altro.
Devo giocare, per
necessità. Debbo farne virtù, vincendo.
Sopra, dietro, davanti: la
stanza è uno schermo.
Come potrei fuggire da qui?
Finalmente scopro una
colonna:
donna nera, inutile. Scopro
quattro carte,
l'ultima è il fante di
fiori, sulla donna rossa
5° pausa
Piccoli fuochi sostano ai
margini della città
anche il tempo sosta
Giovani esche cantano
tra sguardi rincorsi -
sconosciuti
I passi s'incrociano
con la speranza di una
sollecita separazione
Il gioco ha preso corpo, mi
possiede.
Rincorro la stanza, da una
parete all'altra.
Anche il pavimento è una
griglia del gioco.
Toglierò ogni oggetto per
avere più spazio e migliore visione
Scopro ancora, una, due
volte...asso di fiori in sede.
C'è un tre di fiori nel
mazzo, inutile.
Metto il quattro di cuori
sulla prima colonna, sotto il cinque di fiori;
sposto il tre di fiori dal
mazzo
Le prime case appaiono
incomplete
Odori consueti riempiono la
memoria
le urla dei giochi evocano
antichi terrori
La pioggia, il fuoco, il
gelo, la fame, la violenza
stagnano su ogni lembo di
pelle,
dentro le viscere,
spappolando i cervelli
La stanza è vuota,
totalmente spoglia
eppure luminosa in ogni
angolo.
La tastiera è andata, anche
il mouse
e il monitor è inutile,
inadeguato.
Ne scopro altre tre ed ecco
l'asso di quadri.
Lo metto nella griglia alta
(ho tutti gli assi a disposizione)
e scopro la seconda
colonna, dove c'era il due di quadri
6° pausa
Aiuole verdi e colorate
affrescano i passi
E' un divenire lento,
incompreso
I muri regolari - o quasi
le strade dritte - o quasi
Persone consapevolmente
occupate
sono atomi laboriosi di una
molecola ordinata
Potrei allungare una mano,
entrare.
Ma sono già dentro,
nell'isolamento di un
frastuono visionario.
Sento la mia voce chiamare
le carte.
Rispondono, dal pavimento,
dal soffitto, dalle pareti
Devo scoprire l'ultima
carta della seconda colonna:
se sarà buona avrò una
colonna libera per un re.
Inutile, è un nove rosso
La noia è un processo
insondabile
Giovani donne spingono
vecchie carrozzine
vecchie donne trascinano
nuove sporte
uomini senza età leggono
giornali senza parole
Su panchine verniciate di
fresco
giovani coppie baciano
l'idea dell'amore
Credevo di giocare, di
comandare il gioco.
Ma è solo apparenza,
il giocattolo di un geniale
chip, io stesso virtuale.
La mano verso la luce, non
riesco a fermarla
Scopro un dieci di quadri,
lo sposto e libero la terza colonna.
Un altro fante. Il due di
cuori, del mazzo,
mi consente di mettere in
griglia anche il tre di cuori
7° pausa
Tutto sembra vero, ancora
una replica
Qualcuno improvvisa con
entusiasmo
altri applaudono senza
passione
Ancora una volta occorre
uscire
ancora andare avanti
ancora la trama, già
scritta
Accarezzo il dorso della
carta, risponde.
La mano è fosforescente
e il polso sembra amputato
sul muro.
Sto perdendo peso e
statura, risucchiato
Un tre inoffensivo, poi il
sette di quadri
lo sposto sotto l'otto nero
e libero la quarta colonna
Uomini importanti dentro
case importanti
La via è alberata, brilla
d'insegne ammiccanti felicità
Sagra per etilisti adulti
luminarie per bambini
petulanti
Un ciuffo d'erba, sintetica
pende da un vaso di coccio,
autentico
Sono dentro il gioco.
Correnti d'impulsi mi
percorrono.
Tra carte ubbidienti,
cartaio giocato,
mi scopro terminale
Scopro: il sette di fiori
va sotto l'otto rosso.
Scopro l'ultima carta della
quarta colonna:
tre di quadri, va in
griglia
8° pausa
Una mandria di animose
cravatte
intreccia silenzi tra
rumori di fondo
Ancora un piano, un altro
La porta scorre
aprendo i tormenti
quotidiani
Cartine sciolte
sghignazzano attorno.
La Donna di cuori ride
il Fante di picche sguaina
la spada
i Re, seri, non scendono
dai troni
La quarta colonna è vuota,
ci colloco il re con la sua
corte
e giro la prima carta
coperta.
Esserci è essenziale
rappresentarsi un dovere
Ascelle sudate occhieggiano
espressioni maleodoranti
La sosta è obbligata quassù
qui c'è tutto, di più
Indietro non si torna
né ci riesco, dura
trasparenza.
Devo giocarmi, almeno in
questo gioco,
fingendo il vero. E fingo
dubitando
Sei di cuori sotto il sette
nero e, a seguire,
libero la prima colonna:
cinque nero sotto il sei di cuori.
Non ho un re da spostare e
mi rivolgo al mazzo
9° pausa
Un'antenna parabolica
sparge sudditanze
Appena sotto fumano tazze
di the
Cristalli ovunque,
polarizzati
trasparenti in un senso
Da basso si vede male, non
serve
Di là, dall'altra parte,
ancora io.
Vedo me stesso che me
stesso vede
laggiù, nei bassifondi del
reale
Ecco il re di fiori - è
l'ultima carta del mazzo.
Libero l'ultima colonna,
con la regina rossa e scopro:
otto di fiori sotto nove di
quadri.
Scopro il nove nero.
Impasse.
Dialoghi scarni
ordini ferocemente
sussurrati
riempiono il vano
dell'ascensore
I numeri scendono
Il portiere, estrema
finzione
sembra l'inquilino
dell'attico
Il Re ha mutato volto,
sembra il Fante.
Il Fante il Re, la Donna
una cartina,
non sorride guardando la
mia lama
Azzero il mazzo e
ricomincio la scelta.
Sei, re, fante, dieci di
cuori...va bene per l'ultima colonna.
la libero e scopro la donna
di quadri.
10° pausa
Un cameriere sfiora tavoli,
volando
ballerina di un flamenco
gastronomico
Coppe dai lunghi colli
bevono sorrisi opachi
Discorsi solenni incrociano
menù del giorno
L'uscita in fondo a destra,
come il bagno
Il sole è dietro, avanti
poche insegne
Cambia la Corte dei
complotti
ora chi regna è il ballo
cortigiano.
C'è una porta sul regno
della guerra
Libero la terza colonna
spostando il fante nero.
Scopro l'ultima carta della
terza colonna:
donna nera e recupero dal
mazzo il fante rosso.
Le stesse case
ordine speculare dei
ritorni
con gente vista, frasi già
sentite
I muri regolari, ancora
Le strade dritte, ancora
La Donna giace sul mio
corpo nudo.
Il Re, il padre, stringe il
mio coltello,
dal petto scende sangue di
vendetta.
Le cartine mi chiamano
sovrano,
il Fante giura fedeltà, per
sempre
Scopro dal mazzo: otto
rosso sotto nove nero.
Ancora: quattro di quadri
in griglia;
quattro nero dalla sesta
alla quinta colonna.
Metto in griglia il cinque
di quadri
11° pausa
Il cantiere macina gli
odori
tra urla e pioggia e
bisogni sognati
Lembi di cervello scorrono
su rigagnoli in salita
Non c'è tempo
il sole ha fretta di
tornare
Il gioco è cambiato, ancora
una volta.
E' l'esilio del despota
rimosso.
Mi scaravento nell'imbuto
nero
cercando pace dove pace è
guerra
Scopro l'ultima del mazzo:
sette nero sotto otto rosso;
sei nero dalla quinta alla
sesta colonna.
Si ricomincia con gli
scarti
Il bambino si volge
indietro
le mani in tasche troppo
gradi
senza più promesse
Accende sogni, luci,
melodie
Il gioco è suo e lui sarà
il giostraio
Ancora qua, il gioco ancora
in corso.
Ancora io, tra pensieri
scostati.
Ancora una partita da
finire
Sei di quadri in griglia.
Scopro il mazzo.
C'è rimasto un re e due
cartine a picche.
Il gioco è finito: ho
perduto
Sono finite le pause
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FRANCESCO NEWZURICA 14
I MISTERI DI EMME
L'AGENZIA - 11 FRAMMENTI DI ERNESTO BALOCCHI
RACCONTI DA UNA SDRAIA A DUE POSTI
POT-POURRI
FLUSSIDIPAROLE
LA QUINTA STAGIONE
IL SENTIERO DEI PAPAVERI
POESIE CON DEDICA
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