Come è nato il
progetto?
Adele è una donna
adulta, quarantenne, eppure, di fronte ad un abbandono, reagisce come forse
neanche una ragazzina farebbe. S’attacca al citofono di lui, Mario, che prima
gentilmente, poi gridando, le dice d’andarsene.
Lei non si lascia
intimidire: grida, piange, supplica gli altri condomini di fare il piccolo
sforzo di schiacciare il pulsante. Ma ognuno ha i suoi motivi per non aiutarla,
chi per indifferenza, chi per non rischiare di essere implicato da quella donna
troppo esagitata che sembra pericolosamente portata ad “atti estremi”.
L’idea nasce da un episodio personale: una volta mi sono trovata a suonare un
po’ troppo a lungo a un citofono. Poi, essendo io una donna più o meno
ragionevole, dopo un po’ ho smesso, è ovvio, ma mi è rimasta la voglia di
immaginare che sarebbe successo se invece avessi continuato, per giorni, per
mesi, per sempre.
La strada della
follia, ovvio. Ma perché non permettersi d’immaginarlo?
Ho iniziato a scrivere la sceneggiatura de “Il citofono” di getto, quasi come
uno scherzo, ma poi è stato strano, perché mentre cercavo le parole per dirlo
tutto è diventato più grande, drammatico, hanno cominciato a chiedere asilo
tante figure di donne eroiche, letterarie, cinematografiche, e sono stata quasi
obbligata a metterle nella sceneggiatura.
Il film è in
primis un chiaro omaggio ad un film, il capolavoro di François Trouffaut, Adele
H., una storia d’amore, poi ho pensato a certe Divine, la Magnani de La Voce
Umana, la Piaf di Ne me quitte pas…
Il colmo è stato
quando è voluta esserci Maria Callas: l’ho accolta, certo, ma per una presenza
come la sua bisognava ingigantire tutto!
Ero partita per stare davanti ad un citofono e sono finita al Teatro dell’Opera
di Roma!
E invece poi,
quando arriva la mamma, tutto si rimpicciolisce, diventa infantile e patetico.
Adele quindi è una
persona con un immaginario troppo elevato per vivere in un mondo understatement
come questo, una donna bambina o più semplicemente una schizofrenica? Non lo so,
io ancora non l’ho capito.
Di certo, sono convinta che si sarebbe salvata se fosse riuscita a seguire il
suo sogno, se avesse cantato. E’ vero, da bambina era un po’ stonata, ma
bisognava lasciarglielo fare. Sono convinta infatti che molte donne finiscono ad
essere ossessionate dall’amore, un amore assurdo, a volte ridicolo, quando non
hanno pienamente realizzato se stesse.
Note di regia
Adele s’è
innamorata follemente e implora un uomo di farla entrare. Sembrerebbe la
classica storia d’amore disperato: ma poi viene un dubbio, è davvero questo, che
si racconta?
Per capire meglio questo personaggio, io credo, bisogna soprattutto pensare che
Adele è una donna con un temperamento molto teatrale, drammatico, che nella vita
reale non riesce ad esprimere.
Fa la veterinaria,
ed il suo mondo, lì, alla clinica dei cani, è freddo, livido, verdino (i colori
dell’ospedale). Probabilmente è single, senza figli, passa serate solitarie,
vittima di continue infatuazioni che non portano a niente. Però, quando lei
s’immagina, quando pensa a se stessa, si vede al Teatro dell’Opera con I vestiti
di Maria Callas (per la scena abbiamo usato i veri costumi di Maria Callas per
la Tosca disegnati da Piero Tosi), e lì tutto è grandioso, rosso come il fuoco,
il colore della passione. Adora infatti il melodramma, l’opera lirica: fin da
piccola impazziva per la Tosca…
Un dubbio allora
viene: forse più che un uomo, a questa donna manca un pubblico, un palcoscenico…
Da qui la scelta, cercando la location della casa dell’innamorato perduto, di un
immobile particolare, che ricordasse un teatro…
E
poi, sempre per evidenziare la sua natura eroica, nella sceneggiatura (su cui ho
davvero faticato tanto!) ho volutamente utilizzato un tono enfatico, utilizzando
anche frasi tratte da opere importanti, come ad esempio La Penthesilea di Von
Kleist o La Medea di Pasolini, proprio per sottolineare che i riferimenti
culturali che animano il suo agire non sono quelli correnti, alla Sex and the
City, per intenderci.
In questo senso, è stato fondamentale l’apporto di Iaia Forte, un’attrice con
una solida formazione teatrale, che ha potuto reggere senza cadere nel ridicolo
scene estreme come quelle del teatro. Abbiamo scelto uno stile di recitazione
enfatico, sopra le righe… che fa anche ridere, perchè lei è un po’ tragicomica.
A
tutto questo si contrappone invece un piano, più intimo, più tragico, quello
dell’infanzia. All’inizio, Adele mostra di avere di se stessa bambina un ricordo
positivo, la piccola eccentrica che va a scuola abbigliata come per un grande
ballo, una madre bellissima… ma presto vedremo che tutti i mali di Adele vengono
da lì (ho lavorato soprattutto sull’aspetto fisico dell’attrice che impersona la
madre da giovane. Con la sua bellezza fredda, soprattutto nell’ultimissima scena
dei titoli di coda, credo comunichi subito un disagio, anche se non ci sono
scene di grossi maltrattamenti).
Un disagio che poi diventa vero dolore nella rivelazione finale, del trauma.
Emanuela Rossi