Emanuela Rossi

IL CITOFONO

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Come è nato il progetto?

Adele è una donna adulta, quarantenne, eppure, di fronte ad un abbandono, reagisce come forse neanche una ragazzina farebbe. S’attacca al citofono di lui, Mario, che prima gentilmente, poi gridando, le dice d’andarsene.

Lei non si lascia intimidire: grida, piange, supplica gli altri condomini di fare il piccolo sforzo di schiacciare il pulsante. Ma ognuno ha i suoi motivi per non aiutarla, chi per indifferenza, chi per non rischiare di essere implicato da quella donna troppo esagitata che sembra pericolosamente portata ad “atti estremi”.

L’idea nasce da un episodio personale: una volta mi sono trovata a suonare un po’ troppo a lungo a un citofono. Poi, essendo io una donna più o meno ragionevole, dopo un po’ ho smesso, è ovvio, ma mi è rimasta la voglia di immaginare che sarebbe successo se invece avessi continuato, per giorni, per mesi, per sempre.

La strada della follia, ovvio. Ma perché non permettersi d’immaginarlo?

Ho iniziato a scrivere la sceneggiatura de “Il citofono” di getto, quasi come uno scherzo, ma poi è stato strano, perché mentre cercavo le parole per dirlo tutto è diventato più grande, drammatico, hanno cominciato a chiedere asilo tante figure di donne eroiche, letterarie, cinematografiche, e sono stata quasi obbligata a metterle nella sceneggiatura.

Il film è in primis un chiaro omaggio ad un film, il capolavoro di François Trouffaut, Adele H., una storia d’amore, poi ho pensato a certe Divine, la Magnani de La Voce Umana, la Piaf di Ne me quitte pas…

Il colmo è stato quando è voluta esserci Maria Callas: l’ho accolta, certo, ma per una presenza come la sua bisognava ingigantire tutto!

 Ero partita per stare davanti ad un citofono e sono finita al Teatro dell’Opera di Roma!

E invece poi, quando arriva la mamma, tutto si rimpicciolisce, diventa infantile e patetico.

Adele quindi è una persona con un immaginario troppo elevato per vivere in un mondo understatement come questo, una donna bambina o più semplicemente una schizofrenica? Non lo so, io ancora non l’ho capito.

Di certo, sono convinta che si sarebbe salvata se fosse riuscita a seguire il suo sogno, se avesse cantato. E’ vero, da bambina era un po’ stonata, ma bisognava lasciarglielo fare. Sono convinta infatti che molte donne finiscono ad essere ossessionate dall’amore, un amore assurdo, a volte ridicolo, quando non hanno pienamente realizzato se stesse.

 

Note di regia

Adele s’è innamorata follemente e implora un uomo di farla entrare. Sembrerebbe la classica storia d’amore disperato: ma poi viene un dubbio, è davvero questo, che si racconta?

Per capire meglio questo personaggio, io credo, bisogna soprattutto pensare che Adele è una donna con un temperamento molto teatrale, drammatico, che nella vita reale non riesce ad esprimere.

Fa la veterinaria, ed il suo mondo, lì, alla clinica dei cani, è freddo, livido, verdino (i colori dell’ospedale). Probabilmente è single, senza figli, passa serate solitarie, vittima di continue infatuazioni che non portano a niente. Però, quando lei s’immagina, quando pensa a se stessa, si vede al Teatro dell’Opera con I vestiti di Maria Callas (per la scena abbiamo usato i veri costumi di Maria Callas per la Tosca disegnati da Piero Tosi), e lì tutto è grandioso, rosso come il fuoco, il colore della passione. Adora infatti il melodramma, l’opera lirica: fin da piccola impazziva per la Tosca…

Un dubbio allora viene: forse più che un uomo, a questa donna manca un pubblico, un palcoscenico…

Da qui la scelta, cercando la location della casa dell’innamorato perduto, di un immobile particolare, che ricordasse un teatro…

E poi, sempre per evidenziare la sua natura eroica, nella sceneggiatura (su cui ho davvero faticato tanto!) ho volutamente utilizzato un tono enfatico, utilizzando anche frasi tratte da opere importanti, come ad esempio La Penthesilea di Von Kleist o La Medea di Pasolini, proprio per sottolineare che i riferimenti culturali che animano il suo agire non sono quelli correnti, alla Sex and the City, per intenderci.

In questo senso, è stato fondamentale l’apporto di Iaia Forte, un’attrice con una solida formazione teatrale, che ha potuto reggere senza cadere nel ridicolo scene estreme come quelle del teatro. Abbiamo scelto uno stile di recitazione enfatico, sopra le righe… che fa anche ridere, perchè lei è un po’ tragicomica.

A tutto questo si contrappone invece un piano, più intimo, più tragico, quello dell’infanzia. All’inizio, Adele mostra di avere di se stessa bambina un ricordo positivo, la piccola eccentrica che va a scuola abbigliata come per un grande ballo, una madre bellissima… ma presto vedremo che tutti i mali di Adele vengono da lì (ho lavorato soprattutto sull’aspetto fisico dell’attrice che impersona la madre da giovane. Con la sua bellezza fredda, soprattutto nell’ultimissima scena dei titoli di coda, credo comunichi subito un disagio, anche se non ci sono scene di grossi maltrattamenti).

Un disagio che poi diventa vero dolore nella rivelazione finale, del trauma.

Emanuela Rossi

 

 

CAST

 

IAIA FORTE 

(Adele)

 

MADDALENA MATRONE 

(Adele bambina)

 

KAREN DI PORTO

(mamma Adele giovane)

 

ROSA DI PORTO   

(mamma Adele anziana)

 

ANNAMARIA TERESA RICCI

(Maria Callas)                               

 

 

 

CREDITS

 

Scritto e diretto  

EMANUELA ROSSI

 

Prodotto            

EMANUELA ROSSI

 

Aiuto regia 

MARIO RAOLI

 

Direttore della fotografia

FERRAN PAREDES

 

Montaggio  

PAOLA FREDDI

 

Suono in presa diretta 

FILIPPO PORCARI

 

Scenografia               

LUCA CORATELLA

 

Costumi

BEATRICE ZAMPONI

 

make-up artist  

ELISA PAPETTI

 

musica                       

VERDI, MOZART, PUCCINI

 

Sound designer   

PIERGIORGIO DE LUCA

 

la scultura "Il citofono"

è stata realizzata dallo scultore

RICCARDO MURELLI

col sostegno dell'acciaieria

MN Service di Narni.

 

Time 15' 26"

Anno 2008